Obama va in Uganda: E' la quarta guerra del Nobel per la pace

Dopo Iraq, Afghanistan e Libia il presidente Usa manda in Africa 100
consiglieri militari contro i fanatici dell'Esercito del Signore

Non ne ha vinta o finita manco una. Ma ne sta combattendo tante. Troppe per un Nobel per la Pace. Eppure Barack Obama ne ha pronta un’altra. La prima guerra nell’Africa nera dopo l’avventura somala chiusa, diciotto anni fa, da un altro democratico chiamato Bill Clinton. L’annuncio ufficiale arriva venerdì sera quando un comunicato della Casa Bianca spiega che le forze speciali voleranno in Uganda, Sudan e Congo per combattere un oscura banda di guerriglieri. La causa in teoria non è sbagliata. L’Esercito del Signore guidato dal folle visionario Joseph Konj è uno dei più sanguinari gruppi armati del Continente Nero. Seguendo le istruzioni di un consesso di spiritelli consiglieri, tra cui l’anima di Bruce Lee, il signor Konj semina da due decenni morte e paura in Sud Sudan e Nord Uganda. Convinto come Pol Pot di dover forgiare un popolo nuovo, usa per le sue mattanze guerrieri bambini rapiti nei villaggi e trasformati in schiavi feroci e spietati. Dietro questo lugubre scenario si nasconde un crudele opportunista pagato da Khartoum e altri stati canaglia per destabilizzare la regione. Negli Stati Uniti, però, molti si chiedono perché imbarcarsi in un’altra guerra. Il missile di un aereo senza pilota lanciato sul nascondiglio di Konj basterebbe a chiudere il problema, evitando nuovi pericolosi e costosi coinvolgimenti.
Obama in questo caso ha un problema di pelle degenerato in senso di colpa. La promessa di trasformarsi in un redentore nero capace di salvare non solo l’America, ma anche l’Africa si sta rivelando l’ennesimo bluff. E allora Obama rilancia con un’altra guerra. Ma la raccolta di campagne collezionate dal presidente Nobel per la Pace è decisamente imbarazzante. Anche perché quelle a cui mette mano si trasformano in devastanti debacle. Ad iniziare dall’Irak. Quando Obama lo eredita da Bush è una guerra da chiudere continuando il ritiro e garantendo la stabilità del paese. Obama ci aggiunge però un annoiato disinteresse. Il risultato è un paese consegnato all’influenza iraniana dove le tribù sunnite appoggiano il terrore al qaidista. L’Afghanistan non va meglio. Annunciando il ritiro nel 2014 - proprio mentre l’offensiva da lui stesso voluta inizia a dar frutti - Obama regala al nemico la voglia di resistere e agli alleati afghani la paura di venir abbandonati. Persino la guerra al terrorismo rischia, nonostante l’eliminazione di Bin Laden, di rivelarsi controproducente. Il saluto entusiasta tributato a George W. Bush a dieci anni dall’11 settembre rivela come l’America attribuisca quel successo non a Obama, ma al suo predecessore. E su Obama pesa lo sconcerto di una sinistra indignata per l’estensione delle operazioni segrete e la moltiplicazione dei nemici inceneriti dagli aerei senza pilota. L’ultimo autogol è l'eliminazione nello Yemen del predicatore terrorista Anwar al-Awkali e di Samir Khan direttore della propaganda di Al Qaida. Entrambi erano cittadini americani e la loro uccisione viene considerata da molti democratici alla stregua di un esecuzione extra giudiziale. Ma la vera ciliegina sulla torta sarebbe uno scontro con l’Iran. L’ipotesi inizia a prender corpo dopo le rivelazioni su un presunto complotto di Teheran ai danni dell’ambasciatore saudita a Washington. Un’avventura bellica così densa d’incognite non era stata prospettata neanche dagli strateghi più audaci dell’era Bush. Per immaginarla ci voleva un Premio Nobel.