ObaMao a Pechino sposta l’Occidente a est

SVOLTA L’irritazione di Nicolas Sarkozy: «Il vecchio continente non lo appassiona»

Per i cinesi è già «ObaMao», immortalato con cappello e uniforme militare, in stile «rivoluzione culturale» sulle spille e le t-shirt in vendita per le strade di Pechino. Lui stesso, nel discorso di apertura del viaggio in Asia, si è presentato come «il primo presidente americano del Pacifico» e ha proclamato ieri al mondo intero che «una Cina forte e prospera è un vantaggio per tutti». Così Barack Obama volta pagina, dichiara conclusa l’era di George W. Bush e accresce i sospetti di chi - come Nicolas Sarkozy - è convinto che l’Europa sia stata declassata dal nuovo inquilino della Casa Bianca. «Bush mostrava più interesse» per il Vecchio continente, avrebbe detto il capo dell’Eliseo, irritato - secondo il giornale satirico Le Canard Enchainé - perché il presidente americano è stato il grande assente alle celebrazioni per il ventennale della caduta del muro di Berlino. «L’Europa non lo appassiona», è il pensiero di Sarkozy. E ieri il sospetto che Obama stia spostando l’asse dell’Occidente in direzione Est si è fatto più forte.
«Sono nato alle Hawaii e cresciuto in Indonesia», ha detto Obama ai 1.500 spettatori riuniti a Tokio. Poi ha ricordato di avere una sorella nata a Giakarta e un cognato con sangue cinese. Infine ha fatto in modo che nella biografia distribuita all’uditorio la prima immagine scelta per raccontare la sua infanzia fosse quella in cui Barack bambino è al fianco del patrigno indonesiano invece che del vero padre africano.
L’arrivo a Shangai è previsto per questa sera ma Barack Obama non ha perso tempo. Ha approfittato della prima tappa giapponese e della seconda ieri a Singapore durante il vertice Apec - il summit economico dei Paesi asiatici - per giocare sulle simbologie e convincere i suoi interlocutori che la nuova America è amica dell’Asia e che l’era Bush è conclusa. «Le fortune dell’America e quelle dell’Asia del Pacifico sono legate mai come ora in modo stretto. È per questo che io voglio che ogni americano sappia quello che c’è in gioco nel futuro di questa regione, perché quello che accade qui ha un effetto diretto sulle nostre vite in patria».
Il messaggio è chiaro e Obama lo rende ancora più esplicito quando entra nel vivo delle relazioni con Pechino. Gli Stati Uniti non vogliono «contenere» la crescita cinese perché sono consapevoli che «una Cina forte e prospera» è un «vantaggio per tutti». Poi la promessa di un impegno crescente di Washington in Asia con una critica nemmeno tanto velata alla precedente amministrazione: «So che gli Stati Uniti negli ultimi anni non hanno mostrato grande impegno nelle attività delle organizzazioni multilaterali asiatiche - ha ammesso alla vigilia dell’arrivo a Pechino -. Una cosa deve essere chiara: quel periodo è finito».
Obama non nasconde le ragioni di questo cambio di rotta sempre più evidente: l’interdipendenza economica tra Washington e Pechino, che dopo la recessione globale vede proprio gli Stati Uniti nel ruolo di parte più debole. «Quello che accade qui ha un effetto diretto sulle nostre vite negli Usa. È in questa regione che transita gran parte del nostro commercio e che compriamo gran parte dei nostri beni, è qui dove possiamo esportare gran parte dei nostri prodotti creando più posti di lavoro negli Stati Uniti».
Le parole di Obama sono la conferma che il presidente intende andare dritto lungo la strada del multilateralismo. Ma sono anche il riconoscimento esplicito che la Cina è ormai il partner fondamentale per il futuro dell’economia globale e che le nuove scelte di Obama non potranno non rispondere alla logica della realpolitik.
Sul tavolo del vertice con il presidente cinese Hu Jintao, martedì a Pechino, ci saranno questioni scottanti come il dossier sul nucleare iraniano e nordcoreano, la stabilizzazione dell’Afghanistan e la lotta ai cambiamenti climatici. Ancora una volta, invece - nonostante l’intervento a favore della leader dell’opposizione birmana, San Suu Kyi, di cui Obama ha chiesto alla giunta militare la liberazione - il rispetto dei diritti umani in Cina sembra essere finito in coda alla lista.