Obbiettivo Casa Bianca È cominciata la corsa da un miliardo di dollari

Dieci candidati per la campagna elettorale più costosa della storia americana

Prima dei nomi, i soldi. Ce ne vogliono tanti: chi vuole arrivare alla Casa Bianca deve mettere in preventivo mezzo miliardo di dollari. E saranno almeno due a provarci: un miliardo, allora. Per la prima volta nella storia, la campagna elettorale americana supera quella barriera mai oltrepassata. La previsione è della Federal election commission, la commissione che vigila sulla raccolta fondi della politica Usa.
Record che cadono. Un altro è la durata: al voto mancano 22 mesi, al primo appuntamento ufficiale dodici. Il gran galà comincia a gennaio 2008, con i caucus dell’Iowa, ma la sfida è già in corso. È iniziata il 3 novembre del 2004, alla rielezione di George W. Bush: in quel momento, repubblicani e democratici hanno cominciato a ragionare sul dopo. Anche qui un record: nel 2008 sarà la prima volta dal 1952 che non ci sarà in campo né un presidente né un vicepresidente uscente. Bush non può ripresentarsi e Dick Cheney ha già annunciato che tra due anni si ritirerà dalla politica. I motori sono accesi, quindi. Quattro anni di rincorsa: adesso siamo a metà. Le macchine elettorali sono partite: incontri, caccia ai finanziamenti, alleanze, strategie, libri, conferenze, interviste televisive. I soldi servono da subito. Poi ce ne vorranno altri e altri ancora. Secondo il presidente della Fec, Michael Toner, uno spartiacque arriverà alla fine del 2007: chi a quel punto non avrà in tasca cento milioni di dollari potrà già meditare il ritiro.
La squadra democratica
Hillary Clinton non ha ancora fatto il primo passo ufficiale anche per questo. Vuole prima vedere, vuole prima capire, ma soprattutto sa di avere una incredibile capacità di raccogliere fondi. Gli esperti sostengono che possa raccogliere 350 milioni per le primarie e altri 250 milioni per il voto generale. Tra i democratici l’ex first lady è la favorita. Dicono stia pensando a rientrare alla Casa Bianca dal giorno in cui ne uscì, nel 2000. Di più: dicono che ci stia pensando dal giorno in cui ci arrivò da moglie. Prima di cominciare, la senatrice di New York ha già un problema: i sondaggi di oggi la danno sconfitta contro i due più importanti potenziali candidati repubblicani, John McCain e Rudolph Giuliani. E comunque, Hillary ci deve arrivare allo scontro con i conservatori. Deve vincere le primarie. Nel suo partito è forte, ma anche molto odiata. L’ala radicale non le perdona l’aver votato a favore della guerra in Irak, l’ala più moderata le rinfaccia di essere troppo sensibile ai richiami snob della intellighenzia liberal di Manhattan. Hillary ha il marito e questo le dà vantaggi e svantaggi: punto di forza, perché lui è personaggio sempre più amato; punto di debolezza perché è facile attaccare chi può essere considerato una costola di qualcun altro.
La Clinton può arrivare in fondo, comunque. Deve guardarsi dall’eventuale ritorno di Al Gore, il vicepresidente di suo marito per otto anni, sconfitto da Bush Jr. all’ultimo voto. Gore corre a sinistra di Hillary. A destra c’è Barack Obama, il senatore afroamericano dell’Illinois. È la vera star democratica, oggi. Giovane, bello, bravo. Obama non ha ancora deciso se candidarsi o no. Il Washington Post gli ha chiesto di aspettare: «Non è ancora pronto». Barack ha 45 anni, una vita politica appena cominciata e potenzialmente lunga. Però ha il problema del se-non-ora-quando: oggi è al massimo della notorietà, se non la sfrutta rischia di non potersi candidare fino al 2020. Su di lui sono venuti fuori i primi piccoli scandali. È la dimostrazione che è temuto. Obama può mettere in difficoltà Hillary. La Clinton sostiene che la candidatura del senatore dell’Illinois non arriverà. C’è già, invece, quella di John Edwards. Il senatore del North Carolina s’è sganciato dal ticket con John Kerry e si ripresenta. Ha già sondato la situazione in Iowa: ha visto che c’era la possibilità di riprovarci. Dovrà fare i conti con uno che l’Iowa lo conosce in ogni angolo: Tom Vilsack, ex governatore dello Stato dove cominceranno le primarie.
La squadra repubblicana
Il 2008 è l’ultima possibilità per John McCain: si candiderà e vuole vincere. Afferma che l’America è un Paese conservatore come lui. Non dice che i primi sondaggi lo danno favorito contro Hillary. Scaramantico. È già rimasto bruciato nel 2000, quando fu battuto da Bush nelle primarie repubblicane. Il senatore dell’Arizona dovrà correre ancora dentro il partito. E non tutti lo amano. Contro avrà Mitt Romney, ex governatore mormone del Massachusetts che ha appena fatto il primo passo della campagna: anche lui gira l’America per capire se la sua fede è un problema impossibile da superare per la base repubblicana. Per il resto Romney ce le ha tutte: anti abortista, anti nozze gay, conservatore vero sia sui temi sociali sia sulla guerra al terrorismo. Contro McCain anche l’ex speaker della Camera Newt Gingrich e il senatore del Kansas Sam Brownback, l’unico vero outsider repubblicano in pista finora. Poi c’è Rudolph Giuliani: si candida e per il momento ha più problemi dentro al partito che nell’eventuale scontro con un democratico. L’ex sindaco di New York si giocherà tutto nelle primarie. Ha bisogno di superare l’ostacolo della parte più a destra dei repubblicani che non ama il suo essere pro diritti gay e abortista. Giuliani ci ha già pensato: mentre la Clinton faceva la campagna per la rielezione al Senato, lui ha girato l’America con una strategia nuova. In Iowa poteva andare incontro a un fiasco, invece c’erano 18mila persone ad ascoltarlo. Lui s’è adattato a loro: raccontando il suo 11 settembre e improvvisandosi predicatore. Niente religione, però. I temi: ottimismo e ispirazione. Ha un altro punto a suo vantaggio, Rudy: i dollari. Ha l’appoggio di alcuni dei gruppi più potenti d’America, ha amici che possono finanziare bene la sua campagna. Hillary può cominciare ad avere paura.