Obbiettivo Europa

Secondo Ernesto Galli della Loggia, che ha firmato l’editoriale del Corriere della Sera di ieri, vi è un’effettiva sproporzione fra la reazione di Israele e il rapimento di tre soldati nella striscia di Gaza e ai confini del Libano ma «ciò che in Israele altera tutte le misure, deforma tutte le proporzioni, è la dimensione simbolica che abita quei luoghi, che spira da quei nomi». Galli della Loggia dà ragione al ministro degli Esteri D’Alema (anzi: «ragione da vendere») quando questi asserisce, come ha fatto l’altro ieri alla Camera, che il comportamento israeliano di questi giorni è segnato da «un’evidente mancanza di misura». Il paradosso è che l’autore sta dalla parte di Israele che reagirebbe così per «il significato simbolico del suo popolo, di cui proprio noi europei, se non sbaglio, dovremmo sapere qualcosa: qualcosa che faremmo bene a non scordare».
È una chiave di lettura che non ci convince per nulla. Israele secondo noi reagisce in misura del tutto proporzionata alla minaccia che incombe sulla sua esistenza ora e lì. Chi agisce in nome di simboli, e ad essi è disposto a sacrificare vite umane e prospettive di pace sono i suoi nemici islamici, non Israele, e l’Europa farebbe bene non a «deformare le proporzioni» della realtà, come viene suggerito, ma ad affrontare con lucidità e coraggio l’ennesima crisi mediorientale. Come sta facendo Israele. Dopo aver smobilitato a prezzo di una grave crisi interna le colonie sulla striscia di Gaza e averla consegnata al governo palestinese, Israele ha visto la demolizione in quei territori non soltanto delle sinagoghe ma anche delle fattorie modello costruite dai coloni, un atto, quello sì simbolico, di intolleranza razzista oltre che di autolesionismo da parte dei palestinesi. E passi. Poi ha assistito alla vittoria del partito terrorista di Hamas nelle prime elezioni palestinesi, e all’insediarsi di un governo che non accetta l’esistenza del suo Stato. E passi. Intanto osservava il riarmo del «partito di Dio» degli Hezbollah ad opera dei siriani, as usual. E passi. Ma anche alla novità dell’aiuto, consistentissimo, offerto ad Hezbollah da parte dell’Iran di Ahmadinejad, quel seguace di Hitler che nega l’esistenza dell’olocausto e si ripromette pubblicamente un giorno sì e l’altro pure di cancellare Israele dalla mappa del Medio Oriente, mentre si dispone a fabbricare l’arma atomica destinata alla soluzione finale. Ecco: gli attacchi contro i militari israeliani e la pioggia di razzi sul territorio di Israele dal Libano non sono apparsi al governo israeliano atti generici di ostilità simbolica, ma il segnale che il programma di liquidazione dello Stato israeliano ha avuto inizio.
Questa è la convinzione di Israele e, nell’impossibilità di controprova, anche di quanti fra noi non intendono assistere alla convocazione, fra qualche anno, di una Norimberga Due chiamata a sanzionare le responsabilità criminali di Ahmadinejad, Al Qaida e Hamas nella seconda distruzione del popolo ebraico. Per scongiurare questa prospettiva Israele sta operando, in modo molto misurato, per respingere la nuova offensiva concentrica del terrorismo islamista. E non fa nulla di più di ciò che è necessario: distrugge le infrastrutture che in territorio libanese consentono la fornitura di munizioni e assistenza agli Hezbollah, e tenta di liquidare le postazioni missilistiche rifornite da Siria e Iran. Nel comportamento del governo Olmert c’è sì per noi europei un esempio da seguire. Un esempio che non appartiene al culto della memoria, troppo spesso, come sa benissimo Galli della Loggia, alimento di sacrifici umani e di tragedie politiche incalcolabili. L’ha spiegato benissimo Olmert davanti alla Knesset, il Parlamento israeliano: «Lottiamo per tutto quello che ogni cittadino del mondo dà per scontato, per cui mai si sarebbe immaginato di dover lottare: il diritto a una vita normale». È la difesa della libertà e della democrazia che è in gioco. Oggi in Israele, domani in Europa.