Obbligati al coraggio delle scelte

A quattro giorni dalla presentazione della Finanziaria 2006 è assolutamente indispensabile che... la ricreazione finisca. Intanto registriamo una buona notizia, passata quasi inosservata: il saldo commerciale con l'estero è tornato in attivo, il «Made in Italy» si riprende. A luglio, dopo otto mesi in rosso, abbiamo avuto un surplus complessivo di circa 2,4 miliardi di euro, di cui oltre 1,8 verso i partner europei. È importante, come lo è stata la ripresa del Pil nel secondo trimestre, che ha segnato la fine della recessione (in senso tecnico) per l'economia italiana.
Ma proprio per questo l'unico modo per dare un'impronta anche elettoralmente efficace alla Finanziaria è di metterla al riparo da ogni controproducente immagine «elettoralistica». Non è il momento di stravaganze e tanto meno di cedimenti irresponsabili. Del tipo, per intenderci, di cui ha già dato pessima prova il centrosinistra nel 2001 con quella Finanziaria di Amato «che dà e non prende», che tanto è costata al Paese e di cui lo stesso centrosinistra, oggi e domani, darebbe sicuramente prova anche peggiore. È invece necessario affrontare l'impegno non come un rischio, ma come una grande opportunità politica: nell'interesse generale e in quello, inscindibile, della sfida elettorale sul futuro dell'Italia. Il Paese, le famiglie, le imprese, i lavoratori, i risparmiatori capiranno ciò di cui hanno in primo luogo bisogno: la certezza della capacità di governare pensando al domani.
La prima cosa è il controllo della finanza pubblica e dunque il percorso di rientro dal deficit eccessivo concordato in Europa nel contesto di un'interpretazione meno «stupida» (parola di Prodi) del Patto di stabilità. Tremonti ne era stato uno degli artefici e sa bene che l'Italia è sotto l'osservazione dei mercati proprio sul terreno della credibilità finanziaria. Due agenzie di rating su tre, questa estate, non ci hanno declassato, ma hanno formulato un outlook negativo a scadenza 18 mesi soprattutto per l'incertezza politica in vista delle elezioni. Il pericolo di un aumento dei tassi d'interesse sul nostro debito deve essere sventato. E questo definisce il livello minimo della correzione di bilancio su cui poggerà la Finanziaria: 11,5 miliardi.
Bisogna tagliare le spese qualificandole con criteri selettivi (e, piccolo particolare, per utilizzare le risorse disponibili con vincoli più stringenti di efficienza e di efficacia). Ci siamo impegnati a ridurre le misure una tantum, e certamente sui condoni non si potrà ritornare. Ma non dimentichiamo che proprio Tremonti era stato il primo e il più determinato in Europa a battersi per l'esclusione degli investimenti in grandi infrastrutture, ricerca e innovazione dal calcolo del deficit ai fini del Patto. Questi sono i campi per i quali bisogna fare ogni sforzo, non per le «paghette elettorali» - senza ingiuria! - con spese a pioggia (anzi, a pioggerella) che, invece di irrorare la nostra economia, la inaridiscono per il futuro anche immediato, sotto la vista buona degli elettori.
C'è poi la questione urgentissima dei tagli all'Irap (per memoria, tassa di Visco e tassa sbagliata sia per l'Ue, sia per la grammatica tributaria) e della riduzione del cuneo fiscale-contributivo sul costo del lavoro, per la competitività delle imprese e la difesa del potere d'acquisto delle famiglie, con la possibilità di sgravi sugli oneri sociali. Per quanto riguarda le famiglie è soprattutto necessario garantire certezza verso un Welfare moderno e funzionale per equilibrare la flessibilità del mercato, che condiziona ogni autentica possibilità di crescita, con la serenità di ciascuno.
Come si vede, entro il vincolo delle risorse disponibili, ci sono cose irrinunciabili. Ma questo rigore non vuol dire rinuncia e tanto meno frustrazione per gli obiettivi politici veramente decisivi che interessano l'economia italiana, cioè tutti. È esattamente l'opposto, perché la gente sa e comunque deve sapere con chiarezza che cosa invece farebbe (anche senza programma!) il centrosinistra, incominciando dalla politica fiscale. E già che ci siamo, a proposito di fiducia nel futuro e anche di competitività, reale e finanziaria, del nostro sistema: la tassazione delle cosiddette «rendite finanziarie» sarebbe soltanto una tentazione demagogica controproducente, con costi anche elettorali certamente pesanti. Proprio nel momento in cui la difesa del risparmio è una banco di prova fondamentale, anche qui c'è bisogno di scelte nette e responsabili, coraggiose e proiettate verso il futuro.