Le obbligazioni ultimo nodo decisivo

Air One chiedeva che il Tesoro convertisse i bond in azioni, sgravando la società del debito

da Milano

La gara per la privatizzazione dell’Alitalia da ieri è ufficialmente terminata. Fallita. Ne ha preso atto il ministero dell’Economia che, con un comunicato di poche righe, ha dichiarato «chiusa la procedura» dopo aver «accertato» che il fondo Matlin Patterson non presenterà un’offerta vincolante. A questo punto, dopo sette mesi persi nel tentativo di vendita, lo scenario è confuso e non sembra che ci siano idee precise. Lo stesso Tesoro, con la medesima nota, precisa che «comunicherà al mercato le proprie ulteriori determinazioni in merito alla partecipazione detenuta in Alitalia, non appena le stesse verranno assunte».
La rinuncia di Ap holding (la capogruppo di Carlo Toto, che controlla Air One) ha mandato all’aria i programmi di vendita. Non ci sono dettagli ufficiali sui «perché»: la compagnia si ritiene tuttora vincolata alla riservatezza richiesta dal bando. Si sa che il Tesoro aveva pienamente recepito nel testo del contratto le richieste di Toto, e cioè due condizioni sospensive, della durata di un paio di mesi, legate al via libera da parte dell’Antitrust, da un lato, e all’accordo con i sindacati, dall’altro. Tuttavia, ambienti vicini alla compagnia fanno notare che tali condizioni, per quanto accettate, avevano modalità tali da non essere praticabili. Ma su un altro punto, finora sconosciuto, si sarebbe determinato l’abbandono di Toto: i bond Alitalia in mano al Tesoro.
Si tratta di un pacchetto di obbligazioni convertibili del valore nominale di 450 milioni che il Tesoro - in base al bando - era disposto a cedere o a tenere, secondo le richieste dell’acquirente. Toto chiedeva che il Tesoro convertisse i bond in azioni contestualmente alla cessione, per un controvalore di circa 35 milioni. La perdita del Tesoro sarebbe andata direttamente ad abbattere il debito di Alitalia: in altre parole sarebbe stata una «sovvenzione» di oltre 400 milioni che il Tesoro non ha accettato di erogare, convinto che si sarebbe trattato, tout court, di aiuto di Stato.
E adesso? I fatti emersi ieri sono i seguenti: secondo la presidenza del Consiglio il commissariamento in base alla legge Marzano non è applicabile all’Alitalia, perché la società ha liquidità in cassa. Il governo non può sostenere economicamente la compagnia, perché non sono ammessi dalla Ue aiuti di Stato. Air France ha nuovamente detto che «a queste condizioni» non se ne parla. Aeroflot ha ribadito che «a condizioni diverse» se ne può parlare. La stessa Air One lascia trapelare che una trattativa diretta si potrebbe intraprendere. Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa SanPaolo - il gruppo che sosteneva finanziariamente Ap holding - ieri ha speso parole di apprezzamento per il piano di Air One sottolineando che «si è persa un’opportunità per il Paese».
Che cosa succederà, dunque? Secondo alcuni esperti, la cosa più ragionevole è la seguente: convincere Berardino Libonati a restare alla guida della compagnia ancora per un po’; varare il piano industriale «stand alone», autonomo, al quale i manager stanno lavorando su richiesta del Tesoro; incassare i benefici prodotti dal traffico di alta stagione. Intanto prendere contatti diretti con un gruppo interessato all’acquisizione e convocare, per l’ultima parte dell’anno, un’assemblea con all’ordine del giorno un aumento di capitale che sottoscriverebbe il nuovo socio, diluendo il Tesoro e acquisendo la maggioranza dell’Alitalia.