Obiettivo: disinnescare Pirlo

Proverà a fermarlo il rifinitore Banega, già assediato dai procuratori italiani

nostro inviato a Yokohama

Solo in Argentina si fidano poco dell’ultimo Boca Juniors, sbiadita controfigura di uno squadrone capace di partorire l’ultimo genio assoluto del calcio mondiale, Diego Armando Maradona. La considerano una squadra spenta, con un allenatore a fine mandato (svanita la candidatura di Diego Simeone finito al River, è pronto a subentrare Diego Cana tecnico rivelazione del Tigre), senza un leader in campo capace di guidarla tra i sentieri giapponesi. Con Riquelme, riportato a casa fuori tempo massimo, ma inutilizzabile per regolamento del mondiale, sarebbe stata un’altra storia, continuano a scrivere i colleghi di Baires. Forse hanno ragione. C’è un solo superstite rispetto al 2003 ed è quel Battaglia, centrocampista di lotta, che sbagliò uno dei rigori finali, per fortuna sua senza conseguenza alcuna. Gli altri, attorno a lui, sono tutti cambiati, dal portiere fino alla coppia di attaccanti. Martin Palermo è un guascone, orecchino al lobo, fisico da corazziere, e grande capacità di smistare palloni per i centrocampisti che arrivano alle spalle. Al suo fianco c’è Palacio, veloce e scaltro: apre varchi a sinistra, allargandosi, per Cardozo, autore del gol nella semifinale con i tunisini.
Il loro rifinitore è Banega, incaricato di pedinare Pirlo per tutto il campo. «Non è la prima volta che succede, saprà liberarsi» è la convinzione di Ancelotti. Di questo Banega sono piene le cronache di calcio-mercato. Interessa Inter e Milan, scrivono. Interessa di più i procuratori, calati come api sul miele anche dall’Italia e in gran numero. Sempre a centrocampo, in sostituzione dello squalificato Vargas, c’è quel Gonzales, uruguagio, che Russo vorrebbe schierare a uomo su Kakà per dimezzare il contributo del brasiliano. Ha fama di picchiator cortese. Sarà decisivo il metro applicato dall’arbitro, il messicano Rodriguez Moreno: lo chiamano “dracula” dalle sue parti. «Non ci difenderemo soltanto» è la parola d’ordine di Miguel Angel Russo, il tecnico: una minaccia più che una promessa, tenuto conto delle abitudini degli argentini a speculare sul calcio altrui.