«Occasione per l’Italia: vanno attirati i pazienti»

Dottoressa Maria Paola Di Martino, direttrice generale dei rapporti con la Ue, questa direttiva potrà provocare una fuga dalla sanità italiana?

«Non credo. Noi abbiamo diversi centri di eccellenza e la tendenza è quella a farsi curare in Italia e non all’estero».

Può fornirci qualche dato?

«La mobilità per tutta l’Europa coincide con l’1% della spesa sanitaria nazionale. In pratica lo Stato paga circa 120 milioni di euro all’anno per coprire le spese di italiani che si curano all’estero, cioè i turisti, gli studenti, i lavoratori e i pazienti che si recano nei centri di eccellenza stranieri».

E da noi qualcuno arriva a curarsi?

«Tra turisti e stranieri che lavorano in Italia, incassiamo circa 100 milioni di euro. Ma di questa somma solo 600 mila euro provengono da richieste di ricovero in centri di eccellenza italiani».

Dunque noi non occupiamo una posizione significativa in Europa in questo settore?

«La richiesta da noi è più polverizzata. Abbiamo richieste per la Lombardia. Ma sono ancora pochissime. Invece l’Italia spende ben 35 milioni per pagare le cure di italiani che si recano nei centri di eccellenza stranieri».

E quali sono le mete degli italiani?

«Francia e Belgio, Germania, soprattutto per malattie rare, trapianti di fegato e per l’oncologia. Ma negli ultimi anni c’è stata un’inversione di tendenza».

Qualche numero?

«Prima si contavano ben 10mila domande di cure all’estero, ora sono diventate 5mila. Anche da noi esistono centri di alta specializzazione che non hanno nulla da invidiare a quelli stranieri».

E quelli che emigrano, allora?

«Sono sostanzialmente pazienti che continuano la cura, autorizzati diversi anni fa. Ma l’Italia punterà ad ottenere accordi affinché le prosecuzioni di cura si facciano in Italia».

Questa direttiva europea che impatto potrebbe avere sulla spesa sanitaria nazionale?

«Per il cittadino nessuno, perché ottiene il rimborso. Ma per lo Stato potrebbe avere un impatto sensibile perché noi attualmente manteniamo strutture ad alto livello e per tutta la collettività. Se invece i cittadini vanno all’estero ci troviamo a dover pagare sia l’estero sia le strutture interne».

Sarebbe un tracollo?

«E’ una valutazione tutta da verificare. Ma io penso che se il cittadino ottiene un buon servizio e in tempi rapidi nel proprio paese non va a curarsi all’estero».

Quali sono le cose più positive della direttiva?

«La richiesta di trasparenza nelle tariffe e la doverosa informazione per il cittadino che si muove sempre più spesso all’interno della Ue. All’estero a volte chiedono soldi anche laddove non si dovrebbe».

Com’è nata l’idea della direttiva?

«Per via di alcune decisioni giudiziarie. Alcuni cittadini si erano fatti curare all’estero senza l’autorizzazione preventiva. E non avevano poi ottenuto il rimborso nel proprio Stato. Così avevano fatto ricorso e l’Alta Corte ha dato loro ragione».

Da qui la decisione della commissione di eliminare l’autorizzazione preventiva per le cure.

«In realtà per le ospedalizzazioni non urgenti ci sarà ancora, ma probabilmente le visite diagnostiche saranno dispensate dall’autorizzazione».

Parla al condizionale.

«Esatto. L’iter è lungo e complesso. Noi tecnici ci mettiamo al lavoro già dalla settimana prossima ma dobbiamo confrontarci con 27 paesi dotati di differenti strutture sanitarie pubbliche. Bisognerà omogeneizzare sia la terminologia, sia le tariffe. Sarà un lavoro lungo».

Tempi?

«Un anno di studi e un altro per l’iter di approvazione. In ogni caso l’Italia gestirà il suo ruolo in maniera attiva e farà valere tutte le sue prerogative in campo sanitario».