Occhetto, l’ultimo ko del Gorbaciov italiano

La sua carriera segnata dalla sconfitta del 1994, quando l’onda azzurra di Berlusconi lo travolse alle urne

Cristiano Gatti

L’ultimo schiaffo: buttato fuori dal Parlamento europeo. Sfrattato da una sentenza del Consiglio di Stato, dopo penosa e complessa rissa legale. Il suo posto tocca al calabrese Donnici. Così è stabilito. Punto. Achille Occhetto può riaccomodarsi in Italia, qui, tra l’indifferenza e l’ostilità dei suoi antichi compagni.
Sui nostri giornali, poche righe negli angoli. Sull’Unità, una notizia di nuda cronaca. Siamo prossimi alla rimozione. I meno giovani tra gli italiani quasi l’hanno scordato, i più giovani neanche sanno chi sia. Eppure quest’uomo politico di un’altra Italia, nemmeno così lontana, meriterebbe qualche riguardo in più. Almeno dal suo ambiente, che qualcosa gli deve: in fondo, è pur sempre il Gorbaciov italiano.
Nonostante adesso fatichino a riconoscerlo, i ragazzoni brizzolati della dirigenza diessina stanno qui, al governo, nelle stanze del potere, anche e soprattutto grazie a lui. E siccome questa nuova nomenklatura, che tutti i giorni rivendica permalosa la sua natura democratica, progressista, riformista, appare molto distratta da mille problemi, diventa un’opera buona ricordarle velocemente di chi si stia parlando.
I D’Alema, i Fassino, i Veltroni: i nuovi potenti certo non possono dimenticare che cosa fosse il Pci fino al 12 novembre 1989. Quanto ad Achille Occhetto, prima di quel giorno è noto alla politica italiana come leale uomo di partito e di apparato. Torinese, classe 1936, viene da lontano. Segretario dei giovani comunisti nel '62, quindi membro della direzione nazionale nel '66, quindi dal '69 al '76 responsabile del partito in Sicilia, dove tutti lo ricordano strenuo combattente contro la mafia, rientra infine a Roma per veleggiare nella carriera di parlamentare e di dirigente Pci.
Siamo alla fase più calda e più clamorosa di questa istruttiva parabola: 21 luglio 1988, il comitato centrale lo elegge segretario generale. Nella primavera dell’anno successivo, Occhetto è il primo segretario comunista a recarsi negli Stati Uniti, dove incontra gli uomini politici di quell’odiato Paese senza neppure tentare di morderli. Occhetto comincia a rivelarsi per quello che è, un comunista anomalo: fedele al partito, ma decisamente malato di una strana malattia, questo desiderio morboso di osservare il mondo e magari capirlo.
Proprio in quei giorni, il mondo propone nuove e impensabili svolte. Crolla il Muro di Berlino, crollano tutti i muri che chiudono l’umanità nel buio e nell’aria pesante delle ideologie. Il segretario del Pci, rispetto a tanti suoi predecessori, rispetto a una rigida tradizione di dogmi e diktat, non resta insensibile. Il mondo è in agitazione, Occhetto prova a cavalcarlo.
Siamo così all’indimenticabile 12 novembre 1989. Durante una celebrazione di partigiani, alla Bolognina, Occhetto annuncia la «Svolta». In altre parole, il massimo dirigente apre la procedura di messa in liquidazione del Partito comunista italiano, così com’era da quasi un secolo, immutato e immutabile, aprendo la fase costituente di un’altra cosa. Che cosa sia questa Cosa suona a molti come eresia. I più traumatizzati, un terzo del partito, lanciano subito Rifondazione comunista. Ma Occhetto non ha alcun timore di usare un linguaggio poco ortodosso, lontanissimo dalle liturgie cocciute e immutabili del comunismo italiano. Il suo lavoro di demolizione termina ufficialmente solo al varo di una nuova entità, che con pignoleria semantica battezza Partito democratico della sinistra. È il 3 febbraio 1991, Rimini: guardando la sua creatura, Occhetto avverte soddisfatto che niente sarà più come prima. Purtroppo, nemmeno per lui.
Non si può dire risparmi le energie, il Gorbaciov italiano. Con Segni è il principale promotore della fase referendaria su legge elettorale e scelta diretta dei sindaci. In Europa scioglie il gruppo comunista e confluisce in quello socialista. Rinnova l’apparato del partito. Eppure non basta. Nel '94, in piena corsa, si schianta contro un ostacolo imprevisto. Lui, personaggio mite, monocorde, a tinte grigie, va al duello diretto con Berlusconi, a sua volta sospinto da una tremenda onda emozionale. In questa precisa stagione politica dell’Italia, è come fermare uno tsunami con l’ombrellino di Barbie. Occhetto ne esce a pezzi. A tanti suoi compagni, che gliel’hanno giurata, non sembra vero di presentare finalmente il conto. Con una certa dignità, il segretario toglie il disturbo e si rimette a pensare. Come se simile occupazione, nella politica nostra, fosse tenuta in qualche considerazione. Lentamente, sempre più malinconicamente, il rinnovatore viene emarginato dai rinnovati. C’è sempre meno posto, per lui, alla tavola della nuova sinistra. Come se non ne fosse la paziente levatrice di un tempo. Come se la Bolognina fosse una colpa e non un merito. Benché continui a occuparsi di politica, nessun ruolo gli viene concesso nei quadri Ds.
Malsopportato, inascoltato, alla fine decide di mettersi con Di Pietro per le Europee 2004. Solo due i seggi conquistati: il suo, come promesso con rinuncia in sede notarile, lo lascia a Giulietto Chiesa. Per Occhetto c’è la soddisfazione personale: le 74mila preferenze che l’elettorato ancora gli concede. In Europa si siede comunque a maggio di quest’anno, quando Di Pietro lascia libera la sedia per fare il ministro. Ma a quel punto scatta la bega legale di Donnici, che fa valere l’atto di rinuncia pre-elettorale dello stesso Occhetto.
Così sfumano le glorie del mondo. Un’umiliazione dopo l’altra, il Prodi Achille si trova ormai rinchiuso nel suo «Cantiere», pensatoio fondato da tempo con Paolo Sylos Labini, Diego Novelli, Elio Veltri. Per dire quanto l’ascoltano: un giorno gira la notizia che si sia iscritto a Rifondazione. È penoso, per lui, dover chiarire che non si è iscritto da nessuna parte: soltanto, spiega, ha ipotizzato la nascita di una «Rifondazione della sinistra», con dentro Ds, Verdi, Sdi e Rifondazione... Tristissime, come cose. Ma questo è il destino di tutti i Gorbaciov della storia: buttato giù un muro, si ritrovano a sbattere contro quello dell’ingratitudine e dell’indifferenza. Nessuna sorpresa allora che anche a sinistra, soprattutto a sinistra, aleggi ormai la domanda più carogna: Occhetto chi?