Occhetto: "Questione morale nel Pd? Non neghiamo l’evidenza e il pesce puzza dalla testa"

L’amarezza dell’ultimo segretario Pci per le inchieste sulle giunte rosse. "Dove si va a finire quando il sogno più grande è avere una banca?"

Roma - Spesso l’hanno dipinto come un uomo dall’invettiva facile, un tormentato dal «rancore» verso i compagni di una vita, quelli che ha lasciato quando ha dato l’addio ai Ds e che sono ancora la classe dirigente del Pd. Invece Achille Occhetto, eurodeputato della Sinistra Democratica, è pacato, lucido, persino disincantato. Quando sente che sta per dire le cose più dure, cerca parole morbide: e se deve definire il suo stato d’animo di fronte alla pioggia di inchieste che colpisce il partito di Veltroni sospira: «Sono davvero amareggiato».

È sincero, non c’è dubbio. Ma, poi emerge anche l’uomo dall’ironia affilata, il dirigente che rivendica con orgoglio di aver lasciato il partito che ha fondato «pur di restare a sinistra». E mentre sulle persone Occhetto a volte sorvola, sulla sostanza politica è granitico: «Non capisco, anzi non sono d’accordo con chi, per rispondere a Berlusconi, dice che a sinistra la questione morale non esiste. Non solo mi pare innegabile. Mi sembra autolesionista negarlo!». Nel merito delle ultime inchieste non entra: «Il problema è politico ed è il punto di approdo di un processo di generazione più che decennale».

Onorevole Occhetto, faccio subito la domanda più scomoda: le diranno che lei così fa il gioco del Cavaliere?
«A parte il fatto - e ci tengo che lo scriva - che la questione morale per me esiste anche dentro un pezzo della destra, dove assume dimensioni per così dire, strutturali... Il problema è un altro: si può continuare a negare l’evidenza? Io credo di no».

E l’evidenza quale sarebbe?
«Il vecchio Napoleone Colajanni, quello risorgimentale, diceva: il pesce puzza dalla testa».

Il pesce del Pd, il suo vertice?
«Intendiamoci: in quel gruppo dirigente conosco tutti da quando erano ragazzi. Quando dico che il “pesce puzza” sono certo che non siano personalmente corrotti...».

Non è precisazione da poco.
«Intendo dire che non ci sono responsabilità penali e se anche ci fossero non mi interessano. Ma che ci sono, invece, responsabilità politiche e culturali gravi».

Ad esempio?
«Io non credo - ad esempio - che i piani regolatori si facciano negli hotel, a pranzo con i palazzinari».

Ha letto cosa ha scritto un uomo del Pd come Caldarola? Le inchieste vengono usate dai veltroniani contro i dalemiani...
«Curioso quell’articolo, l’ho letto. Nella prima parte Caldarola dice che la questionale morale nel Pd esiste. Poi ribalta il ragionamento. Ma se esiste, come può essere un complotto di Veltroni?».

Faccio un altro esempio chiaro. Lei di Bassolino cosa pensa?
«Devo dirlo con grande amicizia. Non lo capisco più. Doveva dimettersi subito, con l’emergenza rifiuti, per ripartire all’attacco».

E invece?
«Si è arroccato, si è seduto sulla crisi, sta sbagliando. Non vedo alternative alle dimissioni».

E del caso Villari e del «pizzino» di Latorre, cosa pensa?
«D’accordo, ci si abitua a tutto: ma non ricordo nulla di simile nella nostra storia, il soccorso all’avversario e contro un alleato!».

Lei al posto di Veltroni cosa avrebbe fatto?
«Un netto richiamo».

Così poi si beccava l’accusa di stalinismo.
(Sorride). «Io invece provo a segnalarle questo paradosso: mi pare che in quel partito si finisca per essere molto stalinisti quando si discute delle idee e molto lassisti se si passa alla questione morale».

Lì si ritorna: lei dopo una serie di inchieste su certi amministratori del Pds fece una «seconda Bolognina», sulla legalità.
«Rispetto alle questioni di oggi sembrano davvero un’inchiestina e un reato da poco, tant’è vero che l’interessato, il milanese Cappellini, credo che alla fine non venne nemmeno condannato...».

Però?
«Proprio come oggi, il campanello d’allarme era chiaro. Andai alla Bolognina e chiesi scusa agli italiani. Feci pulizia nel partito e feci bene. Mi spararono da tutti le parti!».

Però non ci furono dissensi...
«Venni attaccato - come ora! - a porte chiuse, sotterraneamente».
L’accusa, ieri come oggi, è: ma tu così fai perdere il partito...
«Credo che, ieri come oggi, una presa di posizione come la mia, non faccia perdere un voto. Tutto quello di cui parliamo, invece sì».

Se fosse al posto di Veltroni?
(Impassibile) «Sinceramente in questo momento non vorrei essere al suo posto».

Era uno dei dirigenti più legati a lei durante la Svolta, lei lo ha candidato per la prima volta...
«Senta, non ci sono mezze vie: dovrebbe prendere il toro per le corna. Se questa piaga non la si affronta dall’alto si incancrenisce».

Da dove comincia?
«Da molto lontano. La questione morale a sinistra è figlia del duello di Craxi contro Berlinguer. È figlia di un abbassamento della tensione ideale, della resa alle bandiere dispiegate del neoliberismo, dell’idea che si doveva mettere il potere e l’amministrazione prima di tutto».

Quindi anche quando era leader lei c’era questa battaglia?
«Le stesse posizioni, gli stessi attacchi, le stesse persone».

Quei tre impersonali lei, li riconduce tutti a D’Alema.
«Guardi, davvero non è il problema di una persona. È un costume che è entrato nel gorgo della politica e che poi scendendo per i rami, arrivando alle periferie dell’impero, è diventato un fenomeno... grossier, quasi pacchiano».

Torniamo ai «rami alti».
«Quando il sogno più grande di un partito è avere una banca, oppure flirtare con i furbetti della finanza, dove si va a finire?».

Ci sono giorni in cui lei non si chiede cosa poteva fare ai tempi della Svolta per evitare tutto questo?
«Vede, ho sempre detto che dal crollo del comunismo si poteva uscire a destra o a sinistra: ho combattuto per la seconda ipotesi, il partito ha imboccato la prima».

Crede che sia stato un suo errore a determinare questo bivio?
(Ci pensa qualche istante). «Forse avrei dovuto rendere ancor più chiaro chi mi faceva la guerra».

Quelli del fronte del «No»?
«Nooh, quel dissenso era noto... Era la mia stessa maggioranza!».

Lei li ha chiamati gli oligarchi. In testa c’era D’Alema.
«Non solo lui. Ma è la stessa opposizione che c’è stata come me, con Prodi e poi con Veltroni».

È legittima l’opposizione...
«Non finché usa questa tecnica: tira il sasso, nasconde il braccio, logora le leadership, ma dice: non c’è un problema di leadership».

Ma se è così, mi dica: perché D’Alema e i suoi lo fanno? Segano il ramo su cui sono seduti.
«È vero. Ma forse pensano che alla fine del logoramento arriverà la presa del potere».

Pentito di essere andato via?
«Senta, malgrado le censure della stampa amica contro di me, io non andai via per un gesto inconsulto, ma perché ponevo tre questioni. Ricorda quali?».

Lo faccia lei.
«1) L’insensata diarchia tra veltroniani e dalemiani; 2) il rischio della questione morale; 3) l’impraticabilità del Pd come frutto di una fusione fredda fra apparati!».

Cosa le risposero allora?
(Stavolta il sorriso è tra l’amaro e il beffardo). «Appunto: Non mi risposero nulla. E guardi oggi...».