Occorre riaprire il cantiere chiuso

Intendiamoci, al di là dei marchi depositati, delle polemiche, delle persone coinvolte. A ciascuno di noi, in questi mesi e anni, è capitato spesso di incontrare il Partito delle libertà quando ha ascoltato o visto, come accadde nel dicembre scorso a Roma, la domanda di dare stabilità, continuità e forza alla storia del Polo e della Casa. Che è in primo luogo la domanda di tornare a governare l'Italia e di cambiarla.
A ciascuno di noi è capitato di sentire anche il senso non tanto d'insufficienza dei partiti che ci sono ora nel centro-destra, quanto l'aspirazione ad aprire una fase ulteriore, un progetto che affianchi alla leadership di Berlusconi qualcosa di più di un elettorato, qualcosa di più di un flusso di opinione. Un sostegno permanente. Si è visto questo partito e si è già capito che non è riducibile ad un atto notarile o a una polemica estiva. Oggi, dopo più di un anno di governo Prodi, si può anche dire che a questa aspirazione non corrispondano solo dei valori comuni - che si riferiscono alla parola libertà - ma anche corposi e diffusi interessi sociali.
Perché finora il Pdl non si è fatto? Conosciamo le risposte. Intanto perché la leadership (naturalmente di Berlusconi) è stata sostitutiva, è stata il principale fattore di unificazione degli umori popolari e del contrasto alla controriforma dell'Unione. I tanti problemi sorti con la discussione, aperta da oltre due anni, sulla nuova possibile forza politica sono spesso apparsi più pesanti dei vantaggi offerti dall'impresa. C'è stato il no deciso della Lega, c'è stata la scelta dell'Udc di costruire la «seconda opposizione». Solo An ha continuato a difendere l'idea. Si è capito che non sarebbe stato il «partito unico», ma un partito «prevalente», se si può definire così, dell'area moderata e di centro-destra. Ed è emersa, contemporaneamente, la preoccupazione per altre incognite, in primo luogo la difficoltà di amalgamare classi dirigenti che già esistono. Al punto che le lacerazioni e gli scontri attorno al nascente Partito democratico sono state spesso viste nel centro-destra come un rischio evitato, come la conferma del fatto che era meglio procedere ciascuno per proprio conto.
Conosciamo anche la seconda importante ragione per cui il Pdl è diventato una chimera: sta nella legge elettorale, nell'incentivo alla frantumazione delle sigle, nella necessità di raccogliere fino all'ultimo voto attraverso il massimo dell'offerta di simboli in cui l'elettore possa riconoscersi. Il piccolo ha così finito con il prevalere sull'ambizione della grande impresa. Il partitino, magari destinato a cambiare o a sparire nell'arco di una legislatura, è visto come più utile di una nuova costruzione. Forse per vincere è vero, ma per governare? Sappiamo infine che le polemiche recentissime riflettono questi e altri problemi.
Ma siccome viviamo in Italia, nel nostro mondo e non sulla luna, sappiamo anche che oggi c'è un rischio. Il tema è stato riproposto, l'aspirazione così diffusa è stata di nuovo stimolata. Il pericolo di una delusione esiste. Sarebbe il caso di rendersene conto e di riaprire quel cantiere, frettolosamente chiuso, che coinvolge politica e società.