Occupa un alloggio Aler, il giudice la assolve

Stefano Zurlo

Non aveva scelta. E per questo è stata assolta: L.K., giovane mamma, da tre anni vive abusivamente in un appartamento dell’Aler, ma per il tribunale ha agito in stato di necessità. E dunque la legge la perdona. La motivazione è ineccepibile anche se i parametri dell’indigenza assoluta sono soggetti a valutazioni inevitabilmente soggettive: la donna, ventenne quando la storia è cominciata, non era in grado, secondo Luisa Ponti, lo stesso magistrato che ha presieduto il processo Sme, «sia per la particolare situazione personale sia per la mancanza di reddito, di risolvere altrimenti il problema di una casa dove stare con la figlia appena nata».
La situazione precipita a maggio 2002: L., rimasta incinta, viene cacciata di casa dal padre e abbandonata dal compagno. La giovane si trova completamente sola e con un bambino da mantenere. Impresa difficilissima, perché l’unica risorsa della madre è un sussidio di 516 euro mensili assegnatole dal Comune proprio per mantenere la piccola. Così penetra in una palazzina alla periferia di Milano: lì è rimasta. Per il giudice non c’erano alternative. Fra l’altro, «nonostante la situazione disperata» scrive la Ponti - a nulla le era servito interpellare, nel momento del massimo bisogno, i Servizi sociali e l’Aler per ottenere quantomeno «certezza dell’accoglimento di una domanda urgente». Ora la figlia andrà all’asilo, lei cercherà un lavoro e potrà restituire la casa all’Aler.