Odi il pubblico? Sei un grande scrittore

Al «New Yorker Festival» si fa il punto sullo stato della letteratura americana: chi sale e chi scende, i volti nuovi e i fuochi di paglia

da New York
Con più di ottant’anni di storia alle spalle (il primo numero usciva nel febbraio 1925), il New Yorker, la più prestigiosa rivista culturale degli Stati Uniti, è ormai quello che si dice un’istituzione. Il suo nome evoca immediatamente, alle orecchie dei lettori americani e non solo, un’estetica rigorosa e raffinata, un’eleganza e una serietà quasi d’altri tempi: essere pubblicati sulle sue pagine è il sogno di qualunque giornalista, romanziere e vignettista in erba, il traguardo che può cambiare le sorti di una carriera dal giorno alla notte. Sorprende, per certi versi, che un soggetto così established sappia dar vita a un festival di arte, letteratura e scambio di idee tanto variegato e vitale da includere convegni sui più scottanti temi politici e concerti hip-hop, workshop sul graphic novel e conversazioni con musicisti indipendenti e con gli astri nascenti del cinema di animazione più «adulto» e radicale. Eppure, per qualche miracolo di eclettismo che forse solo a New York può accadere, è proprio così: nel weekend fra il 23 e il 25 settembre, la sesta edizione del «New Yorker Festival» ha avuto fra i suoi protagonisti un ex direttore della Cia e i creatori di South Park, il cartone animato più sboccato e controverso di tutti i tempi; una portavoce della destra religiosa come la presidente della Christian Coalition of America, e la punk band femminile delle Sleater-Kinney; il ballerino classico Mikhail Baryshnikov e Steve Albini, produttore di culto della scena rock alternativa degli ultimi quindici anni.
Forse è solo nell’ambito letterario che, anno dopo anno, questa eterogeneità e originalità di scelte comincia a venire meno. Nella fiction night, l’ormai classica rassegna di reading che apre il festival il venerdì sera, i nomi sono in gran parte quelli di «soliti noti»: Lorrie Moore, Ian McEwan, Richard Ford, maestri riconosciuti la cui carriera è iniziata negli anni Ottanta, o fenomeni più recenti ma altrettanto consacrati, come Jonathan Franzen, Jeffrey Eugenides, Zadie Smith, Michael Chabon, autori di bestseller di qualità con cui hanno ottenuto negli ultimi quattro o cinque anni fama internazionale (rispettivamente Le correzioni, Middlesex, Denti bianchi, Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay). Viene un po’ da chiedersi dove siano le voci più nuove, o se ce ne siano davvero, su una scena letteraria, come quella americana, che negli ultimi anni appare vagamente appannata. La ventata di novità suscitata da Dave Eggers alla fine degli anni Novanta con la sua rivista underground McSweeney’s, portatrice di un’estetica rivoluzionaria che ha fatto riscoprire il surrealismo, la comicità, il gusto ludico della manipolazione delle parole (e delle immagini), si è forse rivelata un fuoco di paglia? O si è dissolta nel fuoco assai reale delle Twin Towers l’11 settembre?
Quest’anno, la tre giorni del «New Yorker Festival» è un osservatorio particolarmente interessante per fare il punto su questo panorama, che forse è in crisi solo apparente. Tanto per cominciare, un paio di ottimi nomi nuovi nella fiction night in effetti ci sono, entrambi giovani esponenti di quella letteratura di origine ebraica che negli ultimi anni si sta rivelando particolarmente vitale (basti pensare all’enfant prodige Jonathan Safran Foer, visto recentemente al Festival Letterature di Roma, portato al successo dai due romanzi Ogni cosa è illuminata e Molto forte, incredibilmente vicino), e che si rifà alla lezione di classici jewish come Bernard Malamud, Isaac B. Singer e Philip Roth. Una è Nicole Krauss (moglie, peraltro, dello stesso Safran Foer), il cui secondo romanzo, La storia dell’amore, in uscita ora per Guanda, intreccia più di mezzo secolo di vicende familiari e rapporti sentimentali fra la Russia, gli Stati Uniti e il Sudamerica attorno a un libro, tanto raro quanto incantevole, dal titolo omonimo. Lo stile lirico e immaginifico della Krauss sa sfumare con grazia dal dramma alla comicità, e la sua capacità di rendere con estrema naturalezza le voci in prima persona di due dei narratori, fra loro diversissime (un vecchio e una bambina tredicenne) è già quella di un’autrice matura e di estrema classe.
Di prossima pubblicazione in Italia, stavolta per Mondadori, anche David Bezmozgis, autore della fortunatissima raccolta di racconti Natasha, in cui, con la scrittura cristallina e penetrante dei migliori minimalisti, racconta e trasfigura la propria storia personale di ebreo russo trapiantato non nella classica New York ma a Toronto, in Canada. Uno sradicamento dunque molto più deciso, che dà vita a una sorta di romanzo di formazione decostruito in short stories di grande potenza lirica: che ruotino intorno alle prime esperienze sessuali con una cugina quattordicenne o semplicemente alla sorte del cane dei vicini, le storie di Bezmozgis sanno disegnare un affresco sottile e complesso di emozioni umane con un equilibrio di stile che gli ha guadagnato addirittura paragoni con Anton Cechov.
Forse, però, la vera forza propulsiva di una nuova letteratura americana potrebbe essere altrove, in zone più nascoste, ma non meno attive. Lo scrive proprio questo mese sulla rivista Harper’s (che si può considerare, dall’alto del suo secolo e mezzo di storia prestigiosa, l’unica vera concorrente del New Yorker), in un lungo saggio destinato a far discutere, Ben Marcus, un agguerrito rappresentante della narrativa più visionaria e sperimentale (in Italia finora è stato pubblicato solo il suo Il costume di mio padre, dalle edizioni Alet). L’articolo, intitolato polemicamente «Perché la narrativa sperimentale minaccia di distruggere l’editoria, Jonathan Franzen, e la vita come la conosciamo», è un’appassionata difesa della scrittura raffinata e complessa, anticommerciale, difficile, contro le critiche di chi sostiene (come Franzen, appunto) che la letteratura che sfida il lettore rischia di essere nemica a se stessa. «Al momento, nel mondo letterario, gli scrittori vengono distolti dall’approccio più ambizioso - scrive Marcus. - Se ti interessano le potenzialità del linguaggio, se apprezzi i risultati artistici degli altri ma sogni ancora che ti siano possibili nuove combinazioni, nuovi stili, nuove creazioni linguistiche che possano causare una serie di squisite esplosioni mentali, e peggio, se cerchi di realizzarle, sei un elitario. Odi il pubblico, odi l’editoria, e probabilmente odi anche te stesso. Non sei dalla parte della gente, ma sprofondato in un buco oscuro e silenzioso a gridare senza nessuno che ti ascolti».
In particolare, Marcus si indigna per la superficiale categorizzazione, invalsa al giorno d’oggi, che divide gli scrittori «realisti», gli unici capaci di parlare davvero al pubblico in quanto usano la trama, i personaggi e il linguaggio nella maniera più tradizionale e condivisa, dagli scrittori «sperimentali», automaticamente tacciati di irrilevanza e di sterilità. «Se invece le definizioni letterarie si basassero sul merito artistico e non sulle norme convenzionali, sui risultati e non sulla comodità, il termine “realismo” sarebbe un titolo onorario riservato solo alla scrittura capace di costruire sulla pagina una realtà priva di sentimentalismi, e di eguagliare la complessità della vita con un’uguale ricchezza del linguaggio», e vi rientrerebbero anche scrittori in genere considerati «antirealisti», «postmoderni» e necessariamente di nicchia. «Ma anche se può far piacere - conclude Marcus con orgoglio - ricevere ciò che ci si aspetta, è indubbiamente un’esperienza sublime quando un testo crea dentro di noi desideri che non sapevamo di avere, e poi li espande senza dare l’impressione di cercare disperatamente di compiacerci. Sì, di fatto è prosa che non si preoccupa di noi lettori, ma non mi sembra una mancanza di rispetto, perché la scrittura non è diplomazia. È fame per ciò che ancora non si conosce, fede nel fatto che il mondo e i suoi eventi non siano stati ancora completamente esplorati».
Le forze più fresche della letteratura americana, insomma, a prescindere dal numero di copie vendute, potrebbero essere in questi «sperimentali», più interessati all’uso originale, spiazzante e rivelatorio della scrittura che alla riproduzione del mondo: autori come lo stesso Marcus (di cui Alet ha in cantiere la pubblicazione di altri due libri), come la Aimee Bender di Un segno invisibile e mio e Grida il mio nome (rispettivamente minimum fax e Einaudi), come il Chris Bachelder di Orso contro Squalo (minimum fax); autori ancora inediti in Italia come Lydia Millet, che con il romanzo Oh Pure and Radiant Heart (in cui immagina tre grandi fisici atomici del passato - Oppenheimer, Szilard e Fermi - catapultati nel New Mexico di oggi e assurti a improbabili guru politico-religiosi) si è dimostrata la rivelazione «alternativa» dell’estate 2005.
Ma forse il vero, anche se riluttante, caposcuola di questa feconda tendenza letteraria è George Saunders, autore di due raccolte di racconti (Pastoralia e Il declino delle guerre civili americane, entrambe edite da Einaudi) elogiate addirittura da un mostro sacro come Thomas Pynchon.
Proprio in questi giorni esce nelle librerie americane il suo The Brief and Frightening Reign of Phil, un breve ma geniale apologo politico in forma di fiaba che ha la stessa incisività surreale dell’orwelliana Fattoria degli animali: un piccolo capolavoro per uno scrittore che fa della concisione e della visionarietà due strumenti potentissimi per distruggere i cliché letterari e ridisegnare completamente l’universo che ci è familiare.
Saunders è anche ospite di uno dei convegni più interessanti del «New Yorker Festival», quello dal titolo «When Reality Fails», in cui si tenta un esame delle possibilità della fiction nel momento in cui la tragicità del mondo reale contemporaneo sembra superare ogni fantasia. Saunders ruba quasi impercettibilmente la scena ai compagni di tavola rotonda (fra cui autori del calibro di Stephen King e Martin Amis) con le sue illuminanti osservazioni sul ruolo dello scrittore «non realista»: parla della necessità di liberarsi dalle costrizioni del «significato» e del «messaggio», invoca la libera creazione della storia a partire dall’intuizione e dall’estro linguistico; e sottolinea che dietro l’impiego del simbolismo e della parodia deve sempre ritrovarsi l’interesse a rappresentare caratteristiche umane e universali. «Il mondo come lo vediamo - sostiene - per me è una sorta di illusione. Quello che cerco di fare è scavalcare questo primo grado della realtà per toccarne uno più profondo». Un nuovo genere di «realismo» sul tipo di quello evocato da Ben Marcus nel suo saggio: animato e alimentato da una incrollabile fede nel valore creativo, conoscitivo, trasformativo della parola scritta. Se la letteratura è in crisi, sembrano insomma dirci le migliori leve della nuova narrativa americana, è proprio la letteratura che ci salverà.