Odio e nostalgia di Arkan: il lato folle degli amici di Bossi

Il Marassi di Genova come il Maksimir di Zagabria. L'ottobre 2010 come quel fatidico 13 maggio 1990. La storia quasi mai si ripete, ma a volte evoca passate tragedie. Oggi la Serbia è ad un passo dall'Unione Europea e i rapporti con l'Italia non sono più quelli dei giorni del Kosovo. Allora nei cieli di Pristina volavano i Tornado e a solidarizzare con Belgrado ci pensavano solo i leghisti di Bossi e la sinistra dei centri sociali. Episodi che Umberto Bossi ricorda ancora con orgoglio differenziando l'epopea di "un grande popolo" e le scorribande dei loro tifosi.
Eppure i fumi del Marassi ci ricordano che dietro la Guerra d'Jugoslavia, dietro le stragi di Vukovar, gli orrori di Sarajevo, l'olocausto di Srebrenica e il conflitto del Kosovo c'è anche una partita di calcio. O meglio quella devastante battaglia urbana tra tifosi del Stella Rossa di Belgrado e del Dinamo di Zagabria che il 13 maggio 1990 regala il primo assaggio dello scontro imminente. Quella sera nelle strade di Zagabria ci sono già tutti gli ingredienti della guerra. E molti dei suoi protagonisti. Pochi giorni prima i croati, chiamati al voto dopo 50 anni di titoismo, hanno eletto un parlamento dominato dai secessionisti. Quella sera alla testa dei "delije", i "pazzi" , gli ultras della Stella Rossa, c'è un nuovo capo manipolo. Loro lo chiamano semplicemente Arkan, ma per le polizie di mezza Europa il signor Arkan, alias Zeljko Raznatovic, è già un ricercato di rara pericolosità capace di passare dalle rapine in banca all'eliminazione degli oppositori per conto dei servizi segreti di Belgrado. Gli stessi servizi segreti che gli permettono rientrare a Belgrado, rigenerarsi come capo ultrà e trasformare i "delije" della Stella Rosa in una milizia armata. La stessa milizia che nell'autunno 1991 entra nella città croata di Vukovar e la riduce ad un mattatoio a cielo aperto.
Ivcan Bogdanovic, il capo hooligan arrestato a Genova non è ancora all'altezza del criminale di guerra Arkan, ma di certo la spavalda temerarietà con cui si offre all'occhio di telecamere ed inquirenti fa pensare a moventi più complessi di una semplice febbre calcistica. Sospetti che s'addensano non appena si presta attenzione ai sinistri ribollii del pentolone balcanico. La battaglia del Marassi segue di poco il confuso voto bosniaco e le inquietanti dichiarazioni di Milorad Dodik, il presidente dei serbi bosniaci che saluta l' elezione anticipando l'inevitabile secessione dei territori sotto il suo controllo. Dichiarazioni seguite da quelle ancor più dure del primo ministro Zlatko Lagumdzija «pronto - dice - a usare tutta la forza necessaria per impedirlo». A chi gli rimprovera una reazione poco in linea con la sua fama di moderato il premier risponde evocando lo spettro di «un conflitto così spaventoso da far sembrare Disneyland quella degli anni 90».
Paure condivise dal segretario di Stato americano Hillary Clinton che si precipita in Bosnia, vola a Belgrado, cerca di ricomporre i cocci di un Balkanistan dove la voglia di secessione serba rischia di stuzzicare una componente musulmana assai più islamizzata e fanatica di quella degli anni 90. Uno scontro capace non solo di mandare in frantumi gli accordi Dayton del 1995 e di riaprire la ferita mai rimarginata del Kosovo, ma di portare la guerra al terrorismo nel cuore dell'Europa. La cabala di quella tragedia resta annidata in quel 15 giugno 1389 tatuato sul polso dell' "Arkan del Marassi". Nell'epica serba la data di quella battaglia contro i Turchi non ricorda solo la difesa del Kosovo, ma anche quella per la cristianità sotto gli occhi di un'Europa indifferente. La stessa Europa pronta ora, 621 anni dopo, a strappargli definitivamente la provincia contesa d'intesa con l'odiata America. E allora ecco riemergere gli antichi gridi di battaglia. Per molti di quei serbi il criminale di guerra Arkan resta un patriota. Per molti di loro l'entrata nell'Unione Europea è solo un'umiliazione. E per molti di loro la rinuncia italiana ai tradizionali legami con Belgrado e l'appoggio al Kosovo - al fianco di Unione Europea e Stati Uniti - rappresenta un autentico tradimento. Un tradimento sufficiente a giustificare la calda notte del Marassi e la spavalda esibizione dei vecchi simboli della pulizia etnica.