«Oggetto del desiderio», che delusione

Egregio Dr. Lussana, perché intitolare una mostra «L’oggetto del desiderio» (Mostra degli Indipendenti dell’Accademia Ligustica di Belle Arti, Loggia della Mercanzia) e poi esporre, tra gli altri, un dipinto con lo squallido angolo di una stanza con lavandino, la natura morta con ombrello rotto, cerchione e marmitta d’auto, alcuni bozzetti con teste di vecchi morenti?
È questo «l’oggetto del desiderio» oggi? Non mi pare. A meno che non si intendesse come tale l’oggetto stesso del fare arte; ma allora, tanto valeva presentare la mostra senza titolo. Così, viceversa, tradisce le attese, genera delusione e molta confusione. Perché, invece, il tema scelto dagli allievi dell’Accademia era bello e stimolante e, una volta tanto, positivo. Come lo è il desiderio, quella tensione dell’animo che nasce con l’uomo, tutt’uno col bisogno, e poi via via si purifica, si decanta e va verso la verità di sè stesso, cercando il Bene, il Bello, il Vero.
Non è ora di abbandonare certi atteggiamenti mentali anarcoidi, quell’habitus ribellista o dispettoso che almeno da trent’anni, in arte ha spesso coperto il nichilismo esistenziale o peggio il vuoto di idee e di esperienza reale?
Sembra che sia accaduto un po’ quello che, in prefazione al catalogo, il Prof. Angelino denuncia: «...dove l’arte è in ogni cosa o situazione umana, non ci sono più le opere dell’arte».
Allora, va bene, dilatiamo pure il concetto, e accogliamo l’ironia un po’ feticista della sottoveste e delle scarpe da ginnastica.
Va bene il mazzolino di fiori indagato con romantico trasporto, i numerosi ritratti dell’amata e dell’amato e persino la natura morta con la bottiglia di liquore; l’atelier dell’artista e l’inno a Narciso riflesso nel rubinetto, ma i tombini, lo scaffale in soffitta, la fermata della metro e la sedia dentistica (o quello che molto le rassomiglia), per favore, no. Non la maschera tribale, il cantiere edile, la mamma di Paolo, le ferite, il volto deformato contro il vetro.
E così mi è venuto un dubbio: questi Indipendenti (bel nome!) nelle loro scelte espositive hanno «dipeso» forse un po’ troppo da qualcun altro?
Li vogliamo educare questi giovani? E li vogliamo aiutare questi giovani «artisti»? Allora diamo loro la chiarezza dei limiti, che è la prima regola dell’educazione. E un po’ di rigore intellettuale. Ma, per farlo, certo, bisogna averli noi adulti, per primi. Contiamo sul prossimo anno!