Un «oggetto del desiderio» tipico di film boccacceschi

La cintura di castità è un classico dei film a cavallo degli anni ’70, il filone della commedia sexy all’italiana, dei racconti di Canterbury e del Decamerone. È il pezzo forte, ad esempio, del film «Quel gran pezzo dell’Ubalda, tutta nuda e tutta calda» (1972) di Mariano Laurenti, protagonista la bella e allora sconosciuta Edwige Fenech. La pellicola all’epoca divise i critici: metà la stroncarono come prodotto di serie C, metà ne apprezzarono l’humour boccaccesco. Senza mezze misure, invece, il successo di pubblico. Costato 60 milioni, ne incassò 700. Ecco la trama. Il mite Olimpio (Pippo Franco) torna dopo sei mesi dalla guerra in Terra Santa e ha il chiodo fisso: quello di ricongiungersi finalmente con la moglie, la giovane Fiamma (Karin Schubert), a cui aveva fatto mettere la cintura di castità per avere la certezza della sua fedeltà. Peccato che la furba moglie avesse trovato facilmente il modo di liberarsi della cintura, e conducesse un’allegra vita con la casa disseminata di amanti. Tornato inaspettatamente Lapo, la bella Fiamma non ci pensa per niente a concedersi al vecchio marito e gli sottrae di nascosto la chiave, facendo credere a Olimpio di averla persa. Ma anche Ubalda, la moglie del mugnaio Oderisi, impersonata dalla avvenente Fenech, porta la cintura di castità. I due decidono così di scambiarsi le mogli. Alla fine però entrambi, rosi dalla gelosia, pensano, uno all’insaputa dell’altro, di sostituire le cinture con delle tagliole. Finale inevitabile. I due mariti entrano a far parte di un coro di voci bianche, mentre le mogli tornano a spassarsela.
Nel film «La cintura di castità» (1967), diretto da Pasquale Festa Campanile e scritto da Luigi Magni, invece, il cavaliere Guerrando, novello sposo, è costretto a partire per le Crociate senza aver avuto il tempo di consumare il matrimonio con la trepidante Boccadoro. Secondo l’usanza, Guerrando applica alla sposa la cintura di castità. Di qui iniziano le avventure.