"Oggi decidiamo la sorte di Mastrogiacomo"

La trattativa per liberare Mastrogiacomo ora è possibile, almeno così pare. Certezze però non ce ne sono, anche perché non si è ancora capito quale fazione abbia sequestato il giornalista. Speranza e angoscia si alternano di ora in ora. <strong><a href="/a.pic1?ID=162908">I talebani: &quot;Ritirate i soldati e lo liberiamo&quot;</a></strong><br />

La trattativa per liberare Daniele Mastrogiacomo ora è possibile, almeno così pare. Certezze, però, nessuna, anche perché non si è ancora capito quale fazione abbia sequestato il giornalista di Repubblica. I presunti portavoce dei talebani si contraddicono: uno ritiene che ci siano buone possibilità che l’inviato italiano venga rilasciato, un secondo invece sostiene d’aver trovato le prove del suo coinvolgimento in attività di spionaggio, un terzo, Kari Mohammad Yousouf Ahmadi, annuncia un verdetto per oggi a mezzogiorno ed è probabilmente l’unico davvero credibile.
Speranza e angoscia si alternano di ora in ora. C’è chi menziona l’esistenza di un video in cui sarebbero state formulate le richieste per il rilascio. Un giornalista pakistano in contatto con i fondamentalisti sunniti si dice ottimista, mentre Prodi annuncia una «mobilitazione generale» per salvare il reporter, ma il nostro ambasciatore a Kabul, Ettore Sequi, ammette che «ufficialmente non è stato aperto nessun canale di trattativa» e che «non c’è nemmeno l’evidenza che sia vivo».

In mattinata è il mullah Hayatt Khan a telefonare all’agenzia Reuters. «Mastrogiacomo è sotto interrogatorio - afferma l’uomo che dice di parlare a nome dei talebani -. Gli sono stati trovati nel bagaglio nascosti nelle bottiglie dello shampoo dei laser del tipo usato per guidare le bombe intelligenti». Tuttavia «ci sono buone possibilità che venga rilasciato, se verrà dimostrata la sua innocenza». L’impressione è che i sequestratori si siano convinti che Mastrogiacomo possa essere stato usato a sua insaputa dai servizi segreti.

Poco dopo gira la voce del video in cui viene chiesto il ritiro delle truppe italiane dall’Afghanistan, lo stop ai raid della Nato nella provincia di Helmand e il rilascio di due portavoce arrestati recentemente. Un noto giornalista pakistano, Hamir Mir, interpellato dall’agenzia Aki-Adnkronos International, conferma la svolta: «Ho parlato con i rapitori e si sono convinti che l’inviato di Repubblica non è una spia. Ritengo che si possa ottenere un rilascio con uno sforzo serio di Roma e Kabul». Delle condizioni poste l’unica realizzabile è l’ultima. Insomma, basterebbe uno scambio: Mastrogiacomo contro i due talebani.
Ma è davvero così? In serata un altro presunto portavoce, Quari Yusuf, dà una versione raggelante, sempre all’Adnkronos: «Abbiamo le prove che l’inviato italiano ha lavorato per due anni per le truppe britanniche - dichiara - e quindi siamo sicuri che è una spia inviata per raccogliere informazioni sulle postazioni dei talebani e sulle loro strategie». Ora «sarà il Consiglio della Shura dei Talebani a decidere la sua sorte». A chi credere?
Probabilmente a nessuno dei tre. L’unica voce davvero attendibile finora è stata quella di Yousuf Ahmandi, portaparola riconosciuto del mullah Omar, che, interpellato da un gruppo di giornalisti afghani, rivela: «Le indagini sul giornalista straniero sono ancora in corso», ma prossime alla conclusione: oggi «alle 12 decideremo se Mastrogiacomo è una spia» «e dunque «annunceremo la sua sorte». In ogni caso «non siamo pronti a baratti o a compromessi e ci atterremo alla Sharia, la legge islamica».

Poche ore e, forse, sapremo. Dio non voglia che il verdetto sia di colpevolezza. Negli ultimi giorni i talebani si sono dimostrati spietati nei confronti dei «collaborazionisti». Ieri hanno ucciso l’ennesimo presunto informatore degli Usa. Il rituale è sempre lo stesso: gli hanno pinzato addosso un foglio con la scritta «spia» e lo hanno ammazzato, filmando e fotografando l’esecuzione. Le immagini verranno fatte circolare tra la gente e su Internet, affinché tutti capiscano.