«Oggi hai niente per me? Mi basta un mezzo feto... »

Nelle intercettazioni frasi sconvolgenti degli indagati: «I morti costano, ai parenti bisogna saltargli addosso»

La giornata inizia con un colpo di telefono. O con un fax. È il mattinale dei decessi. È il mercato delle salme. Dagli ospedali arrivano le informazioni che muovono il business del caro estinto. In cambio di una mazzetta. Nomi e indirizzi dei morti, numeri di telefono dei familiari. È tutto nelle intercettazioni contenute nell’ordinanza di custodia cautelare che scardina la cupola dei servizi funebri milanesi. Un sistema oliato ed efficiente. Perché «i morti costano», dicono, e guai a farseli scappare. Per questo, ai parenti del defunto bisogna «saltargli addosso».
MEZZO FETO
La telefonata non è inclusa nella misura cautelare, ma è nota agli inquirenti. E inquadra l’attitudine degli «avvoltoi» delle camere mortuarie. È un imprenditore (non arrestato, ma solo indagato) a chiamare un infermiere. «Allora, niente da farmi fare oggi? Nemmeno mezzo feto?».
MATRICOLA 1044: UNDICI ANNI
Sono le 6.38 del mattino, il 10 dicembre scorso. All’ospedale Niguarda di Milano arriva una telefonata. È Massimo Selmi («U», utente), titolare dell’omonima società di pompe funebri, a chiamare. Risponde Gennaro Costabile, infermiere («I», interlocutore). Inizia il macabro elenco.
I: «Ciao capo!»
U: «Com’è?»
I: «Allora io, ieri sera ne ho portato giù un altro»
U: «Aspetta, vediamo se l’ho segnato»
I: «Dove sei rimasto?»
U: «Al 1045 (numero di matricola del decesso, ndr). No, al 1044, scusa, la bambina di 11 anni».
I MORTI COSTANO
Cinque minuti alle sette del mattino. Massimo Cerato («U»), della San Siro spa, telefona a un collaboratore («I»). Lo invita ad andare subito in ufficio, stanno arrivando i parenti del deceduto. E bisogna «chiudere» l’affare, perché un infermiere è già stato pagato per la soffiata.
U: «Alle otto arriva la famiglia. Vai giù, apri l’ufficio. Guarda che mi hanno chiamato stanotte. Me li hanno mandati, cerca di scrivere per piacere».
I: «Sì sì, ho capito»
U: «Fa un piacere, perché i morti costano eh, mica sono gratis. Ricordatelo»
IL MIRACOLO DEI REGISTRI
La San Siro gestisce un numero enorme di decessi. Troppi, per non alimentare sospetti. Così, si mette mano ai registri degli ospedali. Un po’ di maquillage per abbassare le percentuali dei decessi assegnati alla famiglia Cerato. A parlarne sono proprio Massimo («U») e Andrea («I»), i figli del fondatore. È il 14 febbraio scorso.
U: «Tira fuori il libro dei morti del San Carlo, fai le correzioni, che papà mi ha detto che dobbiamo correggere dei morti. Dove tu vedi San Siro, Lombarda eccetera scrivi documenti per impresa, capito?»
I: «Sì»
U: «Inventati qualcosa, perché dobbiamo abbassare le percentuali»
I: «Va bene»
U: «Magari modificane... Il mese scorso abbiamo fatto 40 morti, non va bene. Devi fare almeno 10 o 12 documenti».
L’IMPIEGATO, NIENTE DI CHE
Ci vuole mestiere per fiutare l’affare. Perché i morti non sono tutti uguali. E alcuni valgono meno degli altri. Mario Morelli, infermiere («U»), chiama Andrea Cerato. È il mattinale del 26 marzo. Sono le 6.36 del mattino.
U: «Buongiorno»
I: «Eh, da dove cominciamo?»
U: «Allora, iniziamo dall’Auxologico, secondo piano. A vederla così è bella gente questa mattina»
I: «Mmm»
U: «Poi c’è stato un altro questa mattina. Un impiegato, è una cremazione, niente di che. A livello di famiglia eh? Nel modo più assoluto... c’erano in casa tre mobili in croce, neanche le tende, una badante... è venuto il figlio che sicuramente non abitava lì, perché comunque era vestito... insomma si vedeva che era gente... ».
ASSALTO AI PARENTI
Gennaro Costabile («U»), infermiere al Niguarda, chiama Roberto Cusimano («I»), collaboratore della Nuova San Giuseppe onoranze funebri. Sono le 8.36 del 21 gennaio.
U: «Sei in camera mortuaria?»
I: «Sì»
U: «Ho preso un morto, e dietro di me ci sono i partenti, ma mi chiedono l’elenco delle agenzie, e io non ce l’ho. Quando arrivi devi assolutamente avvicinare i parenti. Saltagli addosso!».
LA CASSAFORTE
Le quattro del pomeriggio del 24 gennaio. Andrea Cerato («U») chiama la sua collaboratrice («I»). C’è da pagare Abou Mohamed Muossa El Wafa, detto «Giulio», infermiere all’ospedale San Paolo. Pronta cassa.
U: «C., prendi una busta bianca, prendi 250 euro che sono in cassaforte, in contanti, mettili dentro che me li aveva prestati quel signore che c’è lì fuori, glieli dài a lui per favore»
I: «Di chi parliamo, di Giulio?»
U: «Del cioccolato, sì».
SAN SIRO. LO STADIO
Vito Lo Verde («U»), collaboratore del Gruppo Varesina e dell’impresa La Sacro Cuore, chiama «Giulio» («I»). Devono saldare un «debito». Una soffiata sui decessi. Niente soldi questa volta. Due telefonate. La prima il 2 dicembre 2007.
I: «Tanto sei pratico... vedi un biglietto per mio figlio andata e ritorno»
U: «Va bene»
I: «Così siamo pari».
Anche nella conversazione del 21 dicembre si pareggiano i conti. Ma questa volta sono biglietti dello stadio.
U: «T’ho trovato i biglietti del Milan»
I: «Grande!»
IL FASCINO DELL’IMPREVISTO
Alla San Siro arriva una segnalazione inattesa. È un’infermiera che non fa parte della «scuderia». Fa una sola soffiata, una sola. E non insiste troppo per avere la sua parte: 300 euro. La cosa desta stupore. Massimo Cerato («U») e Andrea («I») ne parlano in una telefonata del 28 febbraio.
U: «Dàlle trecento euro di mancia. Diglielo chiaramente, perché tanto è una che non ha di questi problemi, nel senso che non è una attaccata a queste cose, mi capisci... »
I: «Sì»
U: «Non è un’infermiera classica, è una persona per bene... ».
MEZZO MORTO NON È UN MORTO
Ci sono «soffiate» che non convengono. Sono clienti di vecchia data, che non vanno convinti. Ma anche quelle «dritte» vanno pagate. Massimo Cerato («U») e Andrea («I») - in una telefonata del 16 febbraio - si lamentano di Giulio, l’infermiere del San Paolo. Chiude di essere ricompensato per due decessi.
U: «Gliene devo pagare una o due?»
I: «Una, Massimo, gli ho detto di smetterla di chiamare quando la gente sa già che viene da noi. Perché ti spiego, lui e T. sono due pezzi di merda quando fanno fare un mezzo morto, perché alla fine i mezzi morti non sono morti, perché bene o male la gente ci conosce».