«Oggi è impossibile rifare la Democrazia cristiana»

Francesca Angeli

da Roma

«Il grande centro non esiste. Qualcuno fa molta fatica a capirlo ma le condizioni per la rinascita di un bacino di raccolta delle tante anime diverse dei moderati, come era la Democrazia cristiana, non ci sono e non ci saranno più».
Definitivamente consacrato al sistema bipolare il presidente dei senatori della Margherita, Willer Bordon, confessa di essere, una volta tanto, pienamente d’accordo con Gianni Baget Bozzo. Bozzo proclama (paradossalmente proprio dalle pagine del quotidiano Democrazia Cristiana) che «è impossibile rifare la Dc». Niente da fare insomma per i nostalgici come Gianfranco Rotondi che vagheggiano una nuova grande aggregazione di centro in grado di abbracciare Forza Italia e Udc da un lato, Margherita e Udeur dall’altro.
«In una democrazia liberale come la nostra esistono gli elettori di centro ma non esiste, non più, un partito di centro - insiste Bordon -. Un raggruppamento come era la Dc aveva senso quando occorreva escludere i due estremi: la destra, quella che oggi è Alleanza nazionale, e la sinistra rappresentata dal Pci. Oggi questa esclusione non ha senso ed è il centro che si deve dividere, il sistema si spacca a metà come una mela ed è ovvio che esista una contiguità tra le opposte posizioni più vicine al centro ma questo non basta per riunirle».
Come già succede da tempo in Inghilterra e negli Usa, «noi ci siamo arrivati in ritardo» si rammarica Bordon, il sistema è quello dell’alternanza e non si torna indietro. In questo contesto il bacino nel quale pescare voti però è rappresentato da tutto l’elettorato, a parte le frange più estreme. «La Margherita porta in sé il germe della novità e del rinnovamento perché raccoglie laici e cattolici che hanno in comune le radici liberaldemocratiche - prosegue il senatore -. Dunque noi contiamo di conquistare il nostro elettorato sui progetti e sui programmi, a parte i più estremisti».
La convivenza tra laici e cattolici, soprattutto all’interno dello schieramento di centrosinistra, ha conosciuto momenti difficili prima e durante il referendum sulla fecondazione assistita. La scelta dell’astensione da parte del leader, Francesco Rutelli, non è stata condivisa da tutti all’interno della Margherita ed è stata criticatissima dai Ds. Ma per Bordon «la religione non divide» e sul referendum la Margherita ha saputo fare la scelta più giusta lasciando piena libertà di coscienza, dimostrando così di poter contenere al proprio interno le posizioni più diverse. Certo la possibilità di un avvicinamento con i radicali diventa così più faticosa.
«In questi anni abbiamo fatto scelte politiche molto diverse da quelle di Marco Pannella e Daniele Capezzone - precisa Bordon - però sul terreno dell’innovazione politica ci sono molte vicinanze. Anche perché non stiamo costruendo una coalizione ideologica che invece si confronterà in concreto sul programma di governo. Poi bisogna guardare con grande rispetto e attenzione a quanto in questi giorni sta accadendo a Colonia, dove Papa Benedetto XVI sta incontrando i giovani. C’è una grande richiesta di valori, di regole, di contenuti. Bisogna pensare anche alle grandi prospettive oltre che ai programmi».
Ma non è proprio sulle grandi prospettive, su certi valori di fondo che si infrange l’unità di laici e cattolici? Bordon non lo crede a meno che non si faccia riferimento a un «laicismo dogmatico e a un fondamentalismo religioso». Però lo scontro sul referendum c’è stato e i laici sono usciti sconfitti.
Dentro l’Unione comunque devono riuscire a convivere Rosy Bindi e Fausto Bertinotti, il che in effetti può disorientare non poco gli elettori oltre a condizionare le scelte politiche della coalizione. Ma questo fa parte del gioco bipolare, osserva Bordon.
«Se Casini può stare insieme a Bossi allora non c’è limite alle alleanze - rintuzza il senatore -. E comunque è ovvio che la maturazione del sistema bipolare è faticosa e comporta tante anomalie ma anche negli altri Paesi all’interno degli schieramenti convivono moderati ed estremisti. Quello che conta è la leadership, chi tiene il timone in mano. E quello dell’Unione è saldamente in mano a Prodi, come le primarie confermeranno».