Oggi gli italiani sbarcano nel sud del Libano

Fausto Biloslavo

da Tiro (Libano)

Sulla spiaggia sabbiosa e assolata la gente di Tiro ha ricominciato a piantare gli ombrelloni, come se la guerra fosse già un brutto ricordo del passato. Due strisce di nastro rosso e bianco, che vanno dal mare fino alla strada e un tricolore sono gli unici segni dello sbarco dei primi 800 caschi blu italiani nel martoriato Libano meridionale. Qualche ora prima genieri cinesi avevano controllato che non ci fossero mine o bombe inesplose. Su un ristorantino che si affaccia sul mare sventola il tricolore issato con orgoglio dalla proprietaria, Ferial, una bella signora bruna che ha una cognata italiana. «Avevamo la bandiera per fare il tifo per la vostra nazionale durante i mondiali di calcio. Quando abbiamo saputo che proprio qui davanti sbarcheranno gli italiani, ci è parso giusto issarla», spiega la signora Ferial, che ha messo anche due bandierine tricolori sul bancone, forse per attrarre al bar i primi soldati. «A parte la coreografia spero che questa volta i soldati italiani vengano veramente a proteggerci, non come hanno fatto gli altri caschi blu negli ultimi trent’anni», aggiunge la signora.
Due elicotteri della marina decollati ieri mattina dalla portaerei Garibaldi, che si staglia in lontananza sul Mediterraneo, hanno trasportato nella base Onu di Naqura, ad un passo dal confine israeliano, il quartier generale del contingente. L’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, che comanda la missione Leonte (l’antico nome del fiume Litani al sud del quale si schiereranno gli italiani) spiega. «Non assisterete a un assalto, ma ad un ingresso via mare in Libano, che è risultato il più rapido». Un debutto per la nuova Forza di proiezione anfibia, in pratica i marines italiani, pronti a scattare questa mattina fra le nove e le dieci.
Divisa bianca, immacolata, l’ammiraglio si è incontrato con il generale francese Alain Pellegrini, comandante della missione Unifil. Alla colazione di lavoro erano presenti anche l’ammiraglio Claudio Confessore, che guiderà il contingente a terra e altri ufficiali, che coordineranno con i caschi blu l’arrivo degli italiani. Alcuni, come Confessore e De Giorgi, sono veterani della prima missione italiana in Libano nel 1982. Dopo il caffè nella saletta del contingente degli elicotteristi italiani dell’Onu gran parte degli ufficiali sono tornati a bordo delle navi al largo delle coste libanesi.
Il grosso dello sbarco sarà preceduto dai sommozzatori e dagli artificieri per controllare che non ci siano sorprese dell’ultima ora. Poi arriveranno dal cielo, a bordo di elicotteri, circa 120 fucilieri di Marina del Reggimento San Marco, che sorveglieranno la spiaggia. Infine i mezzi da sbarco con uomini e camion, oltre ai cingolati anfibi che trasporteranno i lagunari del reggimento Serenissima. Il resto del contingente di 2500 uomini si dispiegherà entro ottobre.
Il Libano day durerà due giorni che serviranno a trasferire dalla spiaggia i primi 800 caschi blu alla base temporanea, a venti chilometri da Tiro, dove si è combattuto duramente. I soldati italiani si sistemeranno per la prima settimana in una base dell’Unifil, la missione Onu nel sud del Libano, a Deir Kifa. All’ingresso è dipinto un cavallo alato e oltre i reticolati i bulldozer hanno già spianato grandi piazzali dove i nostri marines pianteranno le tende. La base è tenuta da un manipolo di soldati indiani e ghanesi, che aspettano con trepidazione i rinforzi italiani, dopo essere rimasti chiusi nei bunker per settimane durante la guerra.
«A nome dei cristiani del mio villaggio vi dico che gli italiani sono più che benvenuti. Arrivano dall’Italia dove vive il Santo Padre», dice William Nakhlè, un prete melchita, che non ha abbandonato sotto le bombe la sua diocesi di Derdghaya. Il villaggio è nel centro del settore italiano e la sagrestia ha dato rifugio ad oltre duecento cristiani e sciiti dei villaggi vicini.