Oggi l’eroe di Mani Pulite avrebbe arrestato se stesso

Milano«Che ci azzeccava lei con Di Pietro? E che ci azzeccava con Contrada?». Nel suo perenne corpo a corpo con la lingua italiana, inciampando su una vocale e pure su qualche consonante, avrebbe ripetuto sempre più incombente queste domande. E la sua voce avrebbe fatto tremare i muri, come capitava ai tempi d’oro di Mani Pulite. Quando partiva con gli interrogatori non ce n’era per nessuno, basta chiedere a Romano Prodi che fu convocato come teste e sovrastato da quel vocione. L’unico dubbio è da dove sarebbe partito: dal colonnello dei carabinieri Tommaso Vitagliano o dall’alto ufficiale dei servizi Fausto Del Vecchio? Ma certo non avrebbe mollato l’osso, ovvero la foto della vergogna. L’istantanea dei veleni e del fango.
Vuoi mettere? Una foto che mostra una cena di cui nessuno sa nulla, nemmeno a distanza di diciassette anni. E chi c’è in quella foto più che sospetta? Proprio lui, Tonino Di Pietro, e al suo fianco il numero tre del Sisde, Bruno Contrada. E fuori dall’obiettivo, ma seduto a quel tavolo, c’è pure Mario Rocco Mediati, un personaggio che nuotava nel mondo dell’intelligence, investigative specialist, come si legge sul biglietto da visita che fa riferimento al secret service.
Ma sì, il punto d’arrivo di quell’indagine sarebbe stato uno e uno solo: dopo aver torchiato bene i commensali, spremendoli quanto e più di un limone, e minacciando un trattamento ruvido, Di Pietro avrebbe arrestato se stesso. Senza se e senza ma. Troppi gli indizi, troppe le circostanze inspiegabili, troppi e troppo profondi i punti di domanda.
Mani Pulite funzionava come una catena di montaggio delle manette e delle confessioni. Più della Mirafiori di Valletta. Spazio per altre soluzioni allora ce n’era poco. Tonino all’epoca andava di fretta, guardava spesso l’orologio, che naturalmente segnava l’ora legale e, allora come oggi, non si abbandonava volentieri a sofisticate disquisizioni in punta di diritto. Quando gli indizi spingevano in una certa direzione, lui agiva. E il vento a quei tempi non calava mai.
Gli era rimasto nel modo d’agire qualcosa del poliziotto che era stato: a Bergamo un giorno uscì in strada con la pistola e si narra che fu lui, il giovane pm, a catturare il malvivente. Quando si presentò a Mario Chiesa, nello storico incipit di Tangentopoli, gli disse solo una frase sibillina: «Ingegnere, l’acqua minerale è finita», alludendo al conto Levissima, presso la solita ovattata banca svizzera. Poi lo mandò a macerarsi e a chiarirsi le idee in quello che Gabriele Cagliari chiamò «il canile» di San Vittore, prima di farla finita infilando la testa in un sacchetto di plastica.
Non c’era tempo per analisi complesse, si mirava al bersaglio grosso e in quella foto il bersaglio grosso era lui. Di Pietro si sarebbe autoarrestato e sarebbe andato all’assalto sbattendo in faccia al suo doppio un grappolo di domande scomode: perché Di Pietro aveva incontrato Contrada, già chiacchierato, già sotto inchiesta prima dell’arresto, già traballante? E che ci faceva col calice in mano l’investigative specialist? «Ma chi è ’sto americano?», si sarebbe chiesto il pm di punta del Pool, prima di buttare la chiave della cella in cui avrebbe rinchiuso, con una smorfia di soddisfazione, se stesso.
Chiaro, anzi no, ma non importa. A furia di urla e decibel nelle orecchie, i testi sarebbero crollati, qualcuno avrebbe ammesso tutto, anche quel che non sapeva, prima di scaricare ogni responsabilità su qualche altro commensale, in perfetto stile Ultima cena. L’agenda dice che di lì a nove giorni Contrada finì in manette, ma proprio in quelle ore Di Pietro aveva alzato il tiro inviando un avviso di garanzia a Bettino Craxi. Che, come tutti e come lui, non poteva non sapere. Un azzardo senza precedenti nella storia della Prima Repubblica. Chiaro dunque, si fa per dire: il pm aveva deciso di concentrare gli sforzi sul Palazzo e di consolidare, perché figurarsi se già non l’aveva prima, un aggancio con i servizi americani e, tramite l’obliquo Contrada, con Cosa Nostra. Forse, ma è solo un’ipotesi, avrebbe bruciato sul tempo la concorrenza spedendo in carcere anche l’alto funzionario del Sisde e soffiandolo ai colleghi che in effetti lo portarono via, con garbo, alla vigilia di Natale.
Del resto, se ci adeguiamo alla stringente filosofia dipietrese e dei suoi numerosi discepoli, se sposiamo la logica retrospettiva dei girotondini e dei giustizialisti, i conti tornano. Eccome. Basta collegare i fatti e fare su e giù di qualche mese sul calendario, aggiustando le date: il 16 luglio ’92 il Ros dell’Arma scrive un rapporto allarmatissimo su Cosa Nostra. Borsellino e Di Pietro rischiano la vita. La mafia vuole fermarli. In effetti Borsellino salta in aria, il 19 luglio ’92, il 23 luglio il Secolo XIX pubblica il rapporto, Di Pietro invece scappa letteralmente all’estero. Il capo della polizia Vincenzo Parisi ha lanciato l’sos e il vicequestore di Bergamo si è attivato procurando al magistrato un passaporto di copertura: il pm cambia identità con un gioco di prestigio, diventa Marco Canale, prende per mano la sua compagna, sale su un aereo e, dopo un giro del mappamondo di 23 ore, atterra a San José di Costarica.
Come mai, si chiederebbero ora tutti i grillini e i travaglini, Di Pietro l’ha scampata e Borsellino no? Perché è andato in Costarica? E da quando conosceva Contrada? E l’americano del Department of the treasury? E chi era il mandante del complotto: Cosa Nostra, la Cia o tutte e due? Domande a tutto volume che avrebbero fatto crollare i testi e fatto passare qualche giorno al fresco, ormai non è più un’ipotesi, alla coppia Di Pietro-Contrada e, forse, pure all’americano arrivato con la targa-premio alla cena.
Del resto è questo lo stile dipietrese che ha fatto scuola: perché De Magistris non ha finito le indagini sulla lobby criminale che avvelenava gli appalti in Calabria e non solo lì? Perché non è riuscito a trovare le prove? No, ipotesi troppo semplice. È perché è stato bloccato e i magistrati che l’hanno criticato sono malfattori e chi dice che non è vero fa parte di questa rete del malaffare. Estesa, ramificata, onnipresente. Eccolo il punto: afferrare le trame del complotto, del patto scellerato che Di Pietro aveva raggiunto, per il tramite di Contrada, con la mafia e magari pure con pezzi dei servizi, nazionali e internazionali.
Ecco perché, sibilerebbero ex cathedra i moralisti in servizio permanente, Di Pietro tacque. E non avvisò della cena il kaiser Borrelli e nemmeno la coppia Davigo-Colombo che l’opinione pubblica venerava come i napoletani san Gennaro.
Per molto meno di una foto si sono condotte in Italia, non solo a Milano, inchieste tortuose più di un labirinto. Di Pietro avrebbe blindato Di Pietro. Finché dalla foto non sarebbe spuntato l’album completo.