Oggi nasce Fli, ma Fini tramava già due anni fa

L'ideologo del Fli, Alessandro Campi, ammette in tv che il leader gioca per sè dal 2008. Poi invita Gianfranco Fini alla svolta: &quot;Assuma la guida del nuovo partito, lasciando la presidenza della Camera&quot;. Oggi il via al comitato promotore. Finiani, centristi e Pd <strong><a href="/interni/finiani_centristi_e_pd_preparano_ribaltone/05-10-2010/articolo-id=477905-page=0-comments=1">preparano il ribaltone
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Roma - «Nel momento in cui Fi­ni dovesse assumere - e dovrà farlo prima o poi - la guida di questo partito, esso funzione­rà se ci sarà un’offerta politica nuova che concretizzi il lavoro di questi due anni di Fini, altri­menti sarebbe un altro partiti­no di destra». Il virgolettato non appartie­ne a un editoriale del Giornale , ma ad Alessandro Campi, di­rettore scientifico di Farefutu­ro , uno degli strateghi più ascoltati dal presidente della Camera. Ieri mattina a Omni­bus su La7, però, lo storico ha nei fatti rivelato quanto il Gior­nale sostiene da più di un an­no ( nonostante i puntigliosi di­ni­eghi degli aficionados futuri­sti): Gianfranco Fini sta lavo­rando «per conto proprio» dal 2008, ossia ben prima della na­scita del Pdl. Non è stata, quindi, l’«in­compatibilità »proclamata dal­l­’ufficio di presidenza del 29 lu­glio a mettere in moto la mac­china. Il progetto-Fli era pree­sistente e ha avuto il momento di svolta dopo l’insperata vitto­ria delle Regionali, quando Fi­ni ha compreso che non avreb­be potuto mettere in atto il gol­pe contro Berlusconi. Ora que­sto «lavoro» va «concretizza­to »scendendo nell’agone poli­tico e abbandonando lo scran­no più alto di Montecitorio. Campi lo ha spiegato bene. «Dovendo metterci la faccia, dovendo impegnarsi a parlare al suo elettorato potenziale, la presidenza della Camera lo vincolerebbe alla scelta dei te­mi, delle parole e dei toni, men­tre lasciando la presidenza ac­quisterebbe una libertà di ma­n­ovra diversa che sarebbe fun­zionale al suo ritorno alla poli­tica attiva». Un ragionamento svolto con candore e nitidezza ancor maggiori di quelli mo­strati nel recente colloquio col Foglio . È chiaro, in quest’ottica, co­me sia giunto il momento di co­gliere i frutti di due anni di smarcamenti e di logoramen­to del governo. Ma la raccolta si potrà fare con il leader in pri­ma linea e senza deleghe ai bri­gadieri Bocchino, Granata & C. Non c’è altrettanta traspa­renza su tempi e dinamica del­le dimissioni. Oggi a mezzo­giorno nasce il nuovo partito con la riunione del comitato promotore di Futuro e libertà, ma per Campi è solo «un prelu­dio » e comunque non avverrà «in tempi brevissimi».

Il diret­tore di FareFuturo sembra fa­vorevole al traccheggiamento per non dar l’impressione che la rinuncia sia legata alle in­chieste giornalistiche scari­cando le colpe su «Tulliani­no ». «Fini ha un cognato che sarebbe preferibile nessuno di noi avesse», ha aggiunto. Il «falco» Fabio Granata ha idee ancor più bellicose: il pie­de in due scarpe non rappre­senterebbe un vulnus . «Fini ­ha dichiarato - non dovrebbe dimettersi» perché «sia Casini che Bertinotti erano presiden­ti della Camera e leader dei lo­ro partiti». La tabella di marcia è diversa da quella di Campi. «Se la situazione dovesse preci­pitare, allora Fini valuterà in campagna elettorale se guida­re in prima persona il partito, che sarà un movimento legge­ro, una sorta di “lista Fini”». La situazione politica è trop­po magmatica per stabilire quale opzione (dimissioni o permanenza) sia più attendibi­le. E sia Campi che Granata, al­meno a parole, hanno definito «poco praticabile» l’ipotesi, ri­lanciata da Bocchino, del go­verno tecnico per cambiare la legge elettorale. Entrambi, pe­rò, hanno ribadito che la lealtà andrà verificata sul campo. Gli esordi non promettono nulla di buono: il processo breve non passerà e le «tre settima­ne » indicate da Maroni per ve­rificare la tenuta della maggio­ranza sono una «forzatura». Un dato, però, è certo: i finia­ni continueranno a cavalcare l’antiberlusconismo d’antan e a ricattare il premier su tutto.

Ad esempio, Campi si è espres­so in termini quasi dipietre­schi definendo «patologia del­la democrazia» l’insediamen­to dell’ex manager Paolo Ro­mani al ministero dello Svilup­po. Mentre sull’eventuale staf­fetta Fini-Lupi alla presidenza della Camera, ha specificato che «non sarà facile per Berlu­sconi metterci il Martusciello o il Romani di turno, metterci il fedelissimo di provenienza Mediaset», ha argomentato in­terloquendo col direttore del Giornale Sallusti e sottolinean­do che «se Fini dovesse svinco­­larsi, rischia di diventare un pe­ricolo ancor più grande».