Oggi non abbiamo più humour: è roba da signori

Assodato che l’umorista è un metafisico, e che chiunque frequenti il genere, fatto esperto dagli angeli reietti della Bibbia, ambisca a essere un Satana vincente, alcune date e alcuni semplici dati. Nel 1990, con la morte di Giorgio Manganelli, scompare l’ultimo grande scrittore italiano umoristico. Gadda, allora, era già mancato da un pezzo, e la via lombarda al satirico - Parini, Manzoni - si era trasformata in un vicolo cieco. A proposito della celebrata ironia di Manzoni: considerata una specie di torta della nonna, e in quanto tale somministrata in dosi massicce fin anche ai minorenni, nasconde in realtà il germe sulfureo dei nostri migliori umoristi, da Savinio a Flaiano.
Ma veniamo al presente. Negli ultimi anni appaiono di tanto in tanto delle opere indubbiamente umoristiche. Solo che spesso si tratta di episodi isolati: per esempio dopo la pubblicazione di Occhi sulla graticola Tiziano Scarpa è diventato uno spiritoso; mentre Guido Conti, autore del notevole Il tramonto sulla pianura, ha abbandonato, speriamo provvisoriamente, il genere. Un’altra tipologia si è avuta nei casi di Michele Mari, Paolo Nori e Paolo Colagrande: la critica stappa la proverbiale bottiglia di spumante, ma il pubblico non reagisce.
Talvolta, poi, quasi non reagisce nemmeno la critica: l’eccellente esordio di Leonardo Pica Ciamarra - chi era costui? - fu festeggiato solo dal sottoscritto e da Andrea Cortellessa. E affrettiamoci a dimenticare, per carità di Patria, come sono stati accolti gli ultimi straordinari - anche per il loro umorismo - romanzi di Luigi Malerba: con la critica che applaude tiepida, con una mano sola, e i lettori che passano oltre e acquistano Faletti.
Le stagioni più vicine a noi sembrano indurre all’ottimismo. Provate a leggere Libera la Karenina che c’è in te di Rosa Matteucci (il solo titolo è già un capolavoro di umorismo) o il più recente India per signorine. Provate a sfogliare La casa madre di Letizia Muratori, o magari, meno zolfo e più alcol, la Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo di Gaetano Cappelli.
Dopo di che, decisamente rinfrancati, potremmo chiederci il perché di questa difficoltà nazionale, e forse anche provare a formulare un piccolo teorema. Secondo Breton, che di humour se ne intendeva, un aspetto che lo scrittore umoristico deve possedere al massimo grado è il distacco, la virtù signorile di tenere a distanza il mondo. Ebbene, qualche decennio più tardi il filosofo Gilles Deleuze diede una curiosa definizione di “cervello”: qualcosa che si frappone tra un io e un mondo. Più grande il cervello, maggiore la capacità di ridurre il mondo a più miti consigli. E adesso tiriamo le somme: la ragione per cui gli italiani hanno poca letteratura umoristica dipende dal fatto che hanno poco cervello. A meno che non siano troppo attaccati al mondo; alla pelle, avrebbe detto Malaparte.