Oggi resa dei conti a Belgrado tra Tadic e lo sfidante Nikolic

Testa a testa tra il presidente uscente e il candidato radicale: in primo piano il nodo Kosovo

La Serbia vota oggi (secondo turno) per il presidente. Sceglie fra il capo dello Stato uscente, Boris Tadic, appoggiato dall'Ue e dagli Usa, e Tomislav Nikolic, candidato del Partito radicale (nazionalista), guidato da Vojislav Seselj, da quattro anni in galera all'Aia, ultimo «ospite» importante di un languente Tribunale penale internazionale per la Jugoslavia.
Entrambi i candidati si sono dichiarati contro la secessione del Kosovo. Ma il no di Tadic è formale: prevede solo effimere ripicche diplomatiche e frontaliere; quello di Nikolic è sostanziale, molto sostanziale, anche se non si prevede una reazione militare, legalmente valida quanto quella di Lincoln contro i secessionisti del Sud.
Come nelle precedenti elezioni presidenziali, al primo turno Nikolic ha avuto molti più voti di Tadic, che però spera di ripetere il successo del 2004, grazie alla confluenza su di lui di voti in precedenza non suoi.
Il capo del governo, Vojislav Kostunica, stavolta non ne ha «girato» uno a Tadic, coi quali ha avuto continui attriti anche in questa fase d'emergenza nazionale. Ciò mina la loro eventuale, ulteriore coabitazione. L'intento di Kostunica - limare le unghie a Tadic - è già riuscito: in caso Tadic fosse rieletto, il suo margine sarebbe probabilmente minore che nel 2004. Stasera forse non saranno diffuse proiezioni, perché lo scarto fra i candidati s'annuncia sotto i centomila voti...
Chiunque sia il nuovo presidente serbo, il Kosovo secederà. Lo farà fra una settimana, se sarà eletto Nikolic; fra due, se sarà rieletto Tadic. Gli Stati Uniti hanno deciso la tabella di marcia della secessione e quindi la riconosceranno subito. Insieme ai maggiori Stati dell'Ue, l'Italia farà lo stesso, obbedendo. Col distacco di una regione - storicamente il Kosovo sta alla Serbia come il Piemonte sta all'Italia - da un Paese sovrano, contro la volontà di questo, s'instaura infatti un precedente che finirà col destabilizzare mezza Europa.
Oltre al rischio internazionale, per l'Italia si aprirà - in virtù dell'urgenza attribuita al riconoscimento per non essere isolati dalla maggioranza della Ue - una questione istituzionale. Per la nostra Costituzione, un governo dimissionario resta in carica per il disbrigo degli affari correnti, ma il riconoscimento di un nuovo Stato sovrano tutto è meno che un affare corrente. Ma probabilmente, previa un'informativa al Parlamento, si deciderà che la questione è politica e si procederà. Se dunque la secessione del Kosovo avverrà domenica 10, sarà il governo Prodi a compiere il riconoscimento; se avverrà domenica 17, sarà il governo Marini, sempre che abbia già giurato. Direte: e la Costituzione? Sarà violata come nel 1999, quando il governo D'Alema fece bombardare - in barba all'articolo 11 che vieta la guerra - proprio il Kosovo.