«Oggi sarà un giorno memorabile per l’Irak»

Al Zarqawi annuncia una nuova offensiva ma non si opporrà al voto dei sunniti

Fausto Biloslavo

Quindici milioni e mezzo di iracheni sono chiamati oggi alle urne per votare il primo, vero, Parlamento dopo la caduta di Saddam Hussein. La campagna elettorale fa prevedere una sfida all’ultimo voto tra i partiti legati ai religiosi e i movimenti più laici, oltre che lo scontro atavico fra sciiti e sunniti. I 275 parlamentari eleggeranno un Consiglio di presidenza, che nominerà il primo ministro del nuovo governo. Gli oltre 6.000 seggi saranno aperti dalle 7 (le 5 in Italia) alle 17 locali (le 15 italiane).
Ieri, a Falluja, ex roccaforte degli insorti nel triangolo sunnita, è stato fatto saltare in aria un seggio, ma gran parte delle fazioni della guerriglia nazionalista o legate al deposto regime hanno accettato una sorta di tregua non scritta. L’obiettivo è permettere ai sunniti, che avevano boicottato le precedenti elezioni per l’assemblea costituente, di far entrare in Parlamento un nutrito gruppo di propri rappresentanti. Solo i gruppi stragisti legati ad Abu Musab al Zarqawi hanno annunciato «un’offensiva». In un comunicato diffuso sul web dai terroristi si sostiene che «i leoni del monoteismo dell’organizzazione di Al Qaida hanno lanciato una nuova spedizione militare benedetta contro le sedi degli apostati allo scopo di mettere in crisi le nozze della miscredenza democratica». Il presidente iracheno, Jalal Talabani, ha invece lanciato un appello dagli schermi televisivi chiedendo al suo popolo di «trasformare la giornata di domani (oggi per chi legge, nda) in un giorno memorabile per l’Irak. Un giorno di unità nazionale e di trionfo sul terrorismo e sulle forze ostili alla democrazia».
Nonostante le minacce, sono 307 i movimenti politici che si presentano al voto, un numero ancora più alto delle elezioni di gennaio. Tra questi, 22 partiti religiosi, 8 organizzazioni tribali, 50 candidati indipendenti, oltre a movimenti espressione di minoranze come quella cristiana, turcomanna e yazidita. Non mancano i laici, il partito comunista e due movimenti socialisti.
La novità è rappresentata dai sunniti, che hanno deciso di recarsi alle urne. Divisi in tre compagini, la più rappresentativa è quella del Fronte dell’accordo iracheno. Il Fronte è vicino alla guerriglia nazionalista incline a un accordo politico con il governo, ma i candidati del Partito islamico, la formazione più in vista e moderata, sono stati falcidiati dai terroristi stranieri di Al Zarqawi. Al Dulaimi, un altro leader della coalizione, ha convinto gli ulema iracheni a propagandare in moschea l’invito ai sunniti ad andare a votare. Tra le fila del suo partito si candida anche un personaggio famoso, il calciatore Ahmed Rady, che ha segnato l’unico gol iracheno ai mondiali di calcio, nel 1986 in Messico. Il vero scontro politico sarà tra il blocco laico, guidato dall’ex primo ministro Iyad Allawi, e i resti della coalizione sciita, che governa il Paese, di impronta sempre più marcatamente religiosa. Non a caso ieri a Nassirya, il capoluogo della provincia di Dhi Qar dov’è dispiegato il contingente italiano gli estremisti sciiti hanno dato fuoco agli uffici di Allawi. L’ex primo ministro è riuscito a raggruppare, sotto l’ombrello della Lista nazionale irachena, capi tribali, sunniti, monarchici e pure dei religiosi sciiti moderati. Tra i sunniti ci sono personaggi come il vice capo di Stato Ghazi al Yawar, l’attuale presidente del Parlamento Hajim al Hassani e l’anziano leader Adnan Pachaci.
Nel listone trasversale non mancano le donne, come Safia al Suhail, figlia di un famoso capo tribù, nominata ambasciatrice in Egitto. Inoltre Allawi, che è sciita, ma fece parte del partito Baath al potere ai tempi di Saddam, ha candidato molti seguaci dell’ex dittatore, i quali hanno preso le distanze dal raìs. La «Lista 555», ovvero l’Alleanza irachena unita, è ancora la formazione che otterrà il più alto numero di voti, ma ben al di sotto della maggioranza delle elezioni di gennaio. La coalizione si poggia sui due pilastri del partito Dawa, guidato dal premier Ibrahim al Jaafari e dal Consiglio supremo per la rivoluzione islamica in Irak (Sciri) dell’imam Abel Aziz Hakim. Il listone sciita ha perso un alleato importante come Ahmed Chalabi, un leader discusso, ma considerato la stampella laica, che correrà da solo. Il suo Congresso nazionale iracheno ha stretto un patto con l’erede della monarchia, lo sceriffo della Mecca, Alì bin al Hussein. L’alleanza religiosa ha invece inaugurato uno strano connubio con gli estremisti sciiti di Moqtada al Sadr. In cambio dell’appoggio, il piccolo Khoemini iracheno ha chiesto quattro ministeri in caso di vittoria.
Il blocco più compatto è l’Alleanza del Kurdistan tra i due principali partiti curdi di Massoud Barzani e del presidente Talabani. Seconda forza politica del Paese alle elezioni del gennaio scorso, ha però perso l’appoggio dell’Unione islamica del Kurdistan, uscita dalla coalizione.