Oggi la Serbia sceglie tra passato e futuro

Convitato di pietra il leader del partito radicale Seselj, in carcere all’Aja per crimini di guerra

La Serbia è di nuovo al bivio nelle elezioni parlamentari di oggi. La scelta di campo è fra i filoccidentali, che sognano un paese proiettato nel futuro e gli ultranazionalisti ancora arroccati sui miti patriottici del passato. I primi, del Partito democratico guidato dal presidente Boris Tadic, puntano ad accelerare le riforme economiche, consegnare i criminali di guerra in cambio dell’ingresso nell’Unione europea ed entrare nella Nato. I secondi, dati per favoriti, sono i radicali di Tomislav Nikolic, che guardano con sospetto la Ue e la Nato, vorrebbero frenare le privatizzazioni e non consegnerebbero mai i latitanti tenendo conto che il loro leader, Vojislav Seselj, è dietro le sbarre all’Aja, accusato di crimini di guerra. Il terzo incomodo sarà il Partito democratico di Serbia di Vojislav Kostunica, attuale primo ministro, che pur ottenendo un risultato minore potrebbe diventare l’ago della bilancia del prossimo governo.
Sul voto aleggia lo spettro del Kosovo, che i radicali utilizzano come un cavallo di battaglia. La stragrande maggioranza dei partiti serbi è contraria all’indipendenza della provincia albanese, che dal 1999, dopo l’attacco Nato contro il regime di Slobodan Milosevic, vive nel limbo del protettorato Onu. Gli albanesi non ammettono altre soluzioni al di fuori dell’indipendenza e subito dopo il voto in Serbia, il rappresentante dell’Onu, Martti Ahtisaari, si pronuncerà sul futuro status della provincia ribelle proponendo una sorta di «indipendenza limitata», che potrebbe scatenare nuove tensioni. Non a caso i 17mila soldati della Nato in Kosovo, compreso un contingente italiano, sono in stato di allerta e le riserve hanno ricevuto l’ordine di mobilitazione per intervenire in caso di proteste violente da parte degli albanesi. Proteste che potrebbero sfruttare il pretesto di una vittoria elettorale a Belgrado dei radicali.
Sei milioni e 600mila serbi andranno oggi alle urne, dalle 7 del mattino alle 20, per eleggere 250 parlamentari. Le prime proiezioni dovrebbero essere disponibili attorno a mezzanotte, ma tutti sondaggi indicano vincitore il partito radicale con circa il 30% dei voti. In seconda posizione, con il 26,5% dei suffragi, si dovrebbero piazzare i filoccidentali di Tadic. Questi ultimi hanno già indicato il nome del candidato premier, Bozidar Djelic, economista con studi a Harvard, che promette di fare della Serbia «la tigre dei Balcani».
Kostunica e il suo partito di centro destra sono dati dai sondaggi in terza posizione con il 20% dei voti. L’attuale primo ministro, considerato un nazionalista, ha governato con estrema difficoltà assieme ai democratici di Tadic e quindi non è escluso, come ha annunciato in campagna elettorale, che potrebbe esplorare la possibilità di un futuro governo con i radicali. Una possibilità vista come fumo negli occhi dalla comunità internazionale, che si è spesa molto durante la campagna elettorale per convincere i serbi a non votare per Nikolic e soci.
In realtà Kostunica, con il suo 20%, sarà l’ago della bilancia e alla fine ci si aspetta che trovi un accordo con i democratici, costringendo i radicali, probabile primo partito in Parlamento, all’opposizione.
Oltre alla spinosa questione del Kosovo, uno dei primi nodi del nuovo esecutivo serbo sarà il problema della mancata consegna dei criminali di guerra dell’ex Jugoslavia ancora latitanti, come il generale Ratko Mladic e Radovan Karadzic, rispettivamente capo militare e politico dei serbi di Bosnia durante il conflitto dei primi anni Novanta. Le due primule rosse, probabilmente protette da frange ultranazionaliste dei servizi militari, sono accusati di genocidio dal tribunale dell’Aja.
L’elettorato sarà diviso fra chi non ha guadagnato dalla transizione verso una Serbia moderna, come Milan Velebit, 52 anni, che lavora in una società statale e guadagna 250 euro al mese: «Voterò i radicali perché la Serbia è nel caos», spiega. Invece lo slogan «la vita non può attendere», adottato dai democratici, ha convinto Danica Vujicic, 34 anni, manager della pubblicità a votare per i filoccidentali: «Voglio essere certa che il mio lavoro si svilupperà e mio figlio avrà un futuro».