Oggi il voto che può dare israele a una donna

Si decide il dopo Olmert: la ministra Tzipi Livni, ex agente del Mossad, sfida il vice premier Shaul Mofaz per la leadership del partito. Il primo ministro uscente va comunque avanti con i suoi piani: ha incontrato Abu Mazen e a breve ci sarà un altro round di negoziati con la Siria ad Ankara
<br />

Il governo israeliano è in fragile equilibrio mentre il partito di maggioranza, Kadima, vota oggi il suo nuovo leader. Quattro candidati si contendono le preferenze di 74mila elettori interni: il ministro degli Esteri, la dura e bella Tzipi Livni; il responsabile dei Trasporti, ex capo di Stato maggiore, Shaul Mofaz; il ministro dell’Interno, Meir Shetrit, e quello per la Sicurezza pubblica, Avi Dichter. La vera gara è però tra i primi due. Gli ultimi sondaggi danno la fredda e abile ministra vincente con il 42 per cento delle preferenze, contro il 30 di Mofaz. Il nuovo leader ha bisogno del 40 per cento dei consensi. In caso contrario, si andrà al ballottaggio. Il premier Ehud Olmert, pronto a lasciare perché implicato in casi di corruzione, ha detto che si dimetterà non appena il nome del vincitore sarà annunciato. Poi, alla neo guida del partito toccherà formare un nuovo governo, mantenendo in equilibrio una coalizione litigiosa. Se dovesse fallire, si andrà a elezioni entro 90 giorni (in questo caso, Olmert rimarrà al potere fino al voto). Pronto per l’appuntamento del voto c’è però il leader della destra del Likud. Benjamin Netanyahu, che stando ai sondaggi non sarebbe un avversario facile e potrebbe con facilità prendersi la poltrona di primo ministro. Se Livni vincesse, sarebbe la prima donna dopo Golda Meir a guidare Israele. Se perdesse, invece, Kadima (Avanti, in ebraico), il gruppo centrista creato su misura da Ariel Sharon per portare a termine la sua visione di ritiri unilaterali dai Territori palestinesi, rischierebbe di scomparire. Uriel Reichman, presidente del centro interdisciplinare di Herzliya e tra i fondatori del partito, spiega al Giornale che «la ministra potrebbe lasciare e portarsi dietro molti politici», per una nuova avventura. In molti pensano che le primarie di oggi siano un fattore energizzante per il partito, che davanti all’opinione pubblica ha patito gli effetti negativi delle inchieste aperte ai danni di Olmert, dell’elezione di Hamas nel 2006; della guerra con i libanesi di Hezbollah; del golpe degli islamisti nella Striscia post ritiro. Il premier, in queste ore, non ha però smesso di portare avanti i suoi piani in politica estera. Pochi giorni fa ha ribadito la visione che fu di Sharon, annunciando che il sogno del «Grande Israele è svanito», che i ritiri dalla Cisgiordania sono necessari e mette a punto un piano di indennizzi per gli abitanti degli insediamenti. Ieri, ha incontrato il rais palestinese Abu Mazen e nelle prossime ore dovrebbe partire un altro round di negoziati indiretti tra Israele e Siria, ad Ankara. «Kadima è stata molto popolare per la sua visione dei ritiri unilaterali, ora è diventato il partito della pace e della trattativa. Il prossimo leader dovrà differenziare e caratterizzare il movimento», dice al Giornale Ephraim Inbar. Secondo l’esperto israeliano del Besa Center di Tel Aviv, oggi non saranno le sfumature ideologiche a decidere il voto, ma quelle personali. Tra i due candidati non ci sono grandi differenze di vedute: entrambi appoggiano le trattative portate avanti da Olmert (Mofaz accusa però Livni di voler dividere Gerusalemme); sulla sicurezza sono entrambi considerati affidabili. «La realtà - dice Inbar - è che nei prossimi mesi politica estera e processi di pace non saranno centrali: il vincitore dovrà affrontare i destini di una coalizione in bilico e un avversario pronto alla battaglia».