Ogni 100 euro d’Iva in Lombardia ne "ritornano" 26, in Basilicata 91. Il record del Molise

Uno studio denuncia lo squilibrio nella compartecipazione. Alle regioni del Sud, "rimborsato" più di quanto prodotto. Bortolussi (Cgia): "Realtà falsata dall’economia sommersa che prolifera nel Mezzogiorno"

da Roma

Nord punito e Sud premiato. L’assurda equazione che regola l’economia italiana si riflette anche nella compartecipazione delle Regioni al gettito Iva.
È quanto ha evidenziato uno studio della Cgia di Mestre che ha analizzato come sia stato distribuito il gettito Iva 2006 prodotto dalle Regioni ordinarie. Ebbene, sui 94 miliardi versati dai contribuenti residenti nei 15 distretti amministrativi (corrispondenti al 30% circa delle entrate tributarie) sono tornati indietro 40,9 miliardi. Si tratta del 43,58% del totale, percentuale fissata dal decreto legislativo 56 del 2000, il quale stabilisce che la compartecipazione regionale all’Iva avvenga sulla base dei consumi delle famiglie: chi consuma meno riceve di più.
Il risultato è sorprendente. La Lombardia ha ricevuto solo il 26,6% dell’Iva prodotta sul suo territorio. A fronte di 904 euro pro capite versati, lo Stato ne ha devoluti 552 con un saldo negativo di 352 euro per abitante. È andata molto meglio al Molise che ha trattenuto l’87,22% del gettito prodotto con un saldo positivo di 650 euro per abitante. Idem per la Basilicata (91,93%) dove tornano 1.222 euro nonostante i 579 euro versati in media da ciascun contribuente, con un guadagno di 643 euro.
Tra le Regioni maggiormente penalizzate figurano anche Lazio, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte. In particolare, i laziali vantano un saldo negativo di 288 euro pro capite (devoluto il 29,67% dell’Iva prodotta), mentre gli emiliani riescono a trattenere solo un terzo di ciò che versano rimettendoci 217 euro a testa. Stesso discorso per i veneti (34,59%) e per i piemontesi (39,57%), che però si possono «consolare» con un saldo negativo di soli 82 euro pro capite. Tale sbilancio viene compensato dalla redistribuzione a favore di regioni come la Puglia (73,35% e saldo positivo di 428 euro), la Campania (77,28% e 466 euro) e la Calabria (83,42% e 579 euro).
Secondo Giuseppe Bortolussi della Cgia di Mestre «è necessario rivedere il meccanismo di compartecipazione che non può più basarsi sui consumi delle famiglie anche perché la forte presenza nel Mezzogiorno di economia sommersa falsa la realtà». L’attuazione di un vero federalismo fiscale, conclude, potrebbe «attenuare lo squilibrio e responsabilizzare sempre più gli amministratori locali».
Lo studio della Cgia, che già aveva messo in evidenza come l’Italia sia il Paese Ue caratterizzato dal tasso di centralismo fiscale più elevato, si inserisce nel dibattito acceso dal risultato elettorale. L’affermazione della Lega Nord ha riportato al centro dell’attenzione alcune priorità del programma del centrodestra tra le quali il federalismo fiscale. La differenza rispetto al passato, tuttavia, è rappresentata dal fatto che questa istanza sia stata riconosciuta anche dalle parte sociali come Confindustria. Il neopresidente Emma Marcegaglia, infatti, ha inserito la questione tra i punti principali del proprio programma.
La diversa sensibilità non implica che il percorso sia più facile. Gli enti locali guidati dal centrosinistra hanno già fatto sapere di non gradire una diversa distribuzione delle entrate fiscali. Il governatore dell’Emilia, Vasco Errani, si è detto contrario a una perequazione al 50% per la Lombardia. Il responsabile economico del Pd, Giorgio Tonini, si è dichiarato possibilista, ma la strada verso il federalismo è ancora lunga.