"Ogni giorno al computer senza dire una parola. E dentro tantissimo dolore"

Marco Brocca ha 24 anni: «Oggi sono un po' meno recluso. Non guarirò mai ma parlando della mia storia voglio aiutare i ragazzi come me»

«Ero in seconda liceo. Quel giorno sono tornato da scuola. Sono andato in camera. Ho chiuso la porta a chiave. Ho messo il letto davanti perché nessuno potesse entrare e sono rimasto chiuso dentro per tre giorni consecutivi. Uscivo la mattina quando mia madre andava in ufficio e mia sorella a scuola. Ho fatto due anni così, di reclusione. Non parlavo quasi con nessuno, passavo tutto il giorno al pc. Stavo male, malissimo. Pensavo di essere l'unico al mondo ad avere questo problema. E mi divoravo dalla vergogna». Marco Brocca oggi ha quasi 24 anni. Da quel giorno - il suo «punto di rottura» - di tempo ne è passato parecchio, ma la sua vita non è più cambiata.

È un hikikomori. Abbiamo fatto una chiacchierata di quasi due ore. Usa spesso parole come «recluso» parlando di sé. Prima di rispondere, butta fuori l'aria come a volersi scrollare di dosso o di dentro, un grosso peso. La superficialità non gli appartiene. Non ha chiuso la porta della sua vita per disinteresse. Né per svogliatezza. Cercava qualcuno che sentisse il suo grido che non usciva. Oggi parla. Non dice a che costo ma dice il perché: dare voce a chi ha ancora la possibilità di tenere aperta la porta della sua vita.

Pensi che ne uscirai?

«Non credo. Quello che spero è di diventare un po' meno recluso e un po' più aperto, grazie all'aiuto finalmente del medico giusto. Soprattutto vorrei che la mia esperienza non andasse persa perché non si diventa un hikikomori dall'oggi al domani. Ci sono segnali che si possono cogliere, specie nei ragazzi in crescita...».

Come ti definisci?

«Oggi sono introverso, ma non timido, anche se sembra un contrasto. Poi coraggioso, troppo. Ho cercato di portare fardelli giganteschi fino a crollare. Per un ragazzino non è una buona idea stringere i denti e andare avanti, questa cosa ti segna. Almeno per me, per il carattere che avevo io è andata così. Non siamo tutti uguali. Magari chi è più forte, più estroverso riesce a reggere alla pressione. Ma chi non è così non può trasformarsi. E dovrebbe essere capito e aiutato...».

Dov'è l'inizio di tutto?

«La mia problematica più grande era lo stato di salute, una grave forma di dermatite. Avevo chiazze rosse, a volte piaghe. Ero sempre diverso. Ma all'inizio, alle elementari non ero un ragazzo chiuso. Tutt'altro. Chi mi conosce da prima sa che ero estroverso, non avevo problemi caratteriali, stavo in gruppo e non ho mai avuto difficoltà a inserirmi. Poi le cose sono cambiate».

Quali cose?

«I miei genitori che litigavano, mio padre se n'è andato di casa, la pressione che sentivo. Volevano che diventassi qualcosa, io cercavo di fare capire che stavo male, che la dermatite non mi rendeva un ragazzo come gli altri. Ma ero trattato come se il problema non ci fosse. Era come se fossero omertosi nei confronti di quello che avevo. Le cose poi sono peggiorate alle medie».

Cosa è successo?

«Ero finito in una classe senza il mio gruppo. Non mi trovavo. C'era quella sorta di bullismo che non si può definire davvero bullismo. Sempre in competizione, mi scusi... al chi ce l'ha più lungo. Già lì avevo cominciato a dire basta. I prof poi, se non eri il figlio di una persona che a loro importava, ti trattavano come un soldato. Dovevi andare lì, portare i compiti e se non li avevi fatti, ti umiliavano davanti a tutti. Ci sono andati giù pesante. La scuola, il loro atteggiamento su di me ha pesato moltissimo».

In che senso?

«La scuola deve cambiare radicalmente. Non dico che sia tutta pessima. Guardo a quello che è successo a me e ad altri ragazzi come me. I prof non si sono mai interessati. Per carità, non credo che debbano fare i genitori, ma se fai il prof dovresti fare crescere l'alunno non solo da un punto di vista della conoscenza ma anche a livello umano. Magari è stata anche colpa mia ma...»

Ma?

«... ma è strano che non abbia mai incontrato nessuno davvero interessato. Ho cominciato a non andare più a scuola perché stavo male. Però hanno saputo solo umiliarmi davanti a tutta la classe. L'assenza viene associata all'essere uno scarto della società, un fannullone, alla pigrizia. Eppure non eravamo in tanti a saltare la scuola. Lì se qualcuno mi avesse aiutato nel modo giusto le cose forse sarebbero andate diversamente. Forse avrei finito la scuola, avrei trovato un lavoro. Non si può non essere un hikikomori da soli...».

Invece?

«Invece la scuola non solo non ha fatto un passo per venirmi incontro ma anzi ha fatto il primo passo per allontanarmi di più. È come un regime. Se funzioni, bene. Se non sei estroverso, se fai fatica a relazionarti e quindi magari anche i compiti devi fare tutto da solo diventa pesante».

E con i tuoi compagni?

«Con i ragazzi sembrava di essere colleghi di lavoro, ci si sentiva solo per i compiti, per le verifiche ma non c'era più alcuna vicinanza o amicizia. Giorno dopo giorno ho deciso che non avrei più fatto niente. Sbagliavo i compiti apposta, non studiavo. Neppure le materie che mi piacevano».

Come...

«Fisica, che mi interessava. Però il prof mi trattava male perché... non so perché. Lasciavo i compiti in bianco, apposta. Stavo chiudendo a poco a poco con tutto. Alla fine dell'anno il prof fece una gara tra le classi. Era sicuro che avrebbe vinto il secchione, invece fui io a vincere. Non dimenticherò mai i suoi occhi, era incredulo. In seconda liceo sono stato ricoverato per la dermatite. Mi hanno bocciato per le assenze. Lì mi sono ritirato».

Come passi la tua giornata adesso?

«Mi alzo verso le 13, bevo un caffè e mi metto davanti al pc. Da un paio di anni faccio l'allenatore di un gioco on line, una specie di sport elettronico. Verso le 18 mangio qualcosa, alleno fino verso le 23. Poi guardo qualche film, youtube, parlo con qualcuno all'estero che ha il fuso orario compatibile. Vado avanti così finché non sono stanco, possono essere le 4, le 5 ma anche le 7 o le 8. È una vita monotona».

Sei coraggioso, lo hai detto anche tu. Puoi provare a cambiarla...

«Quando fai un'attività che implica una relazione sociale il cervello preme a ricordarti che sei un hikikomori, che non sei bravo a relazionarti, che puoi fingere di essere bravo con le altre persone. Ma non è così».

Prova a fare un esempio.

«Se mia madre mi manda a comprare tre panini dal panettiere mi viene l'ansia, un peso sul petto che non va via. E quando anche sono riuscito ad andare ed esco con i tre panini ho l'ansia di quello che il panettiere possa avere pensato di male su di me. Oggi però ho capito che non c'è nulla da vergognarsi per quello che mi è successo. Sto male all'idea che ci possano essere 100mila ragazzi che vivono un'esperienza simile alla mia. Da soli. Vorrei che il mio messaggio raggiungesse loro o i loro genitori, sorelle, fratelli, amici. Vorrei cambiare anche di poco il loro punto di vista. Questa per me è una vittoria».