Oil for food, sequestrati 96 milioni ai 5 indagati

da Milano

Azioni, obbligazioni, denaro, beni immobili, quote societarie. Un patrimonio da 96 milioni di euro sequestrato dalle Fiamme gialle che sarebbero pari ai «contratti indebitamente ottenuti», e all’ammontare dei presunti pagamenti ai pubblici ufficiali iracheni. L’inchiesta «Oil for food» si arricchisce di un nuovo capitolo. Dopo un primo sequestro di 4 milioni disposto a novembre dai magistrati milanesi - e revocato dai giudici del Riesame - ieri il giudice per le indagini preliminari Andrea Pellegrino ha disposto un nuovo blocco preventivo nei confronti dei cinque indagati per corruzione internazionale, accusati di aver pagato tangenti per ottenere un contratto di fornitura di alcuni milioni di barili di greggio dalla società petrolifera di Stato irachena «State oil marketing organization».
Il sequestro chiesto dal pm Alfredo Robledo riguarda Natalio Catanese e suo figlio Andrea, rappresentanti della Cogep srl, e del dipendente Paolo Lucarno, Marco Mazarino De Petro, ritenuto «socio di fatto» della Cogep e responsabile dei rapporti con la società irachena (per un totale di 63 milioni e 139mila euro), e Alberto Olivi, socio e amministratore unico della Nrg oils srl (31 milioni e 939mila euro). Inoltre, il gip ha disposto il sequestro per oltre 882mila euro nei confronti di Natalio e Andrea Catanese, Paolo Lucarno e Marco Mazzarino De Petro, e altri 262mila euro nei confronti di Alberto Olivi. Somme, queste ultime, che rappresenterebbero il prezzo del reato.
Nel provvedimento, il gip ricorda come il presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni (che non è indagato) indicò «a Tarek Aziz, allora vicepresidente del governo iracheno, le società italiane Cogep srl e Nrg oils come quelle con cui stipulare i contratti di vendita del petrolio che a lui erano state specificamente assegnate». «Il governo iracheno - prosegue Pellegrino - non interferiva in alcun modo nel rapporto tra il politico e la società da questi indicata, limitandosi in una prima fase a chiedere al politico appoggio affinché l’Onu togliesse l’embargo. Dopo, funzionari iracheni iniziarono a chiedere alle società acquirenti di versare in modo occulto somme di denaro in cambio dei contratti».
E sono tre i versamenti ai funzionari governativi iracheni (Sadam Zibn Hassan e Ibrahim A. Shaiyeb, direttore generale e dirigente della «State Oil») contestati dalla Procura. Il primo di oltre 250mila dollari, su un conto aperto presso la Jordan National Bank di Amman per ottenere in cambio «l’indebito vantaggio» di un contratto tra la Somo e la Cogep per una fornitura di 1.002.382 barili di petrolio greggio per un valore di 27.096.390 euro. Il secondo episodio riguarda invece una presunta mazzetta di 632mila dollari, depositati su un altro conto acceso nella stessa banca di Amman per assicurarsi una seconda fornitura di 2.097.705 barili, pari a oltre 36 milioni di euro. La terza tangente, infine, sarebbe stata di 262.480 dollari versati sempre con le stesse modalità, per un controvalore di oltre un milione di barili di petrolio, pari a quasi 32 milioni di euro.
Un sequestro che «è un nuovo errore della Procura di Milano», sostiene l’avvocato Francesco D’Agostino, che con Marco Pescara difende Natalio e Andrea Catanese, procuratori della Cogep srl, e la stessa società petrolifera. «Il pm - insiste il legale - si riferisce al contratto di fornitura per l’intero importo non rendendosi conto che il pagamento non era riferito alla stipula del contratto già fatto con l’Onu, ma riguardava una sovrattassa imposta dal governo dell’Irak», e che il fatto «che avvenissero su banche estere era normale a causa dell’embargo contro l’Irak». Dalla presidenza della Regione, invece, «ricordano che il presidente Formigoni non è mai stato né direttamente né indirettamente assegnatario di quote di petrolio». «Da censurare - invece - è l’atteggiamento del gip che si permette di parlare di un estraneo non sottoposto ad alcun tipo di indagine come è il Presidente», con un «intento denigratorio» e un «atteggiamento illegittimo».