«Okkupato» stabile di Ricucci

Dopo la dimostrazione, i Disobbedienti capeggiati da D’Erme trattano in Campidoglio

Alessia Marani

da Roma

Emergenza casa a Roma: una bomba a orologeria per il Campidoglio dove ieri pomeriggio l’assessore capitolino al Patrimonio, Claudio Minelli, e il capo di gabinetto del sindaco Veltroni, Luca Odevaine, hanno accolto una delegazione degli okkupanti di Action, in testa su tutti Nunzio D’Erme, il leader disobbediente consigliere comunale indipendente. Una sorta di vis à vis tra le due facce della stessa medaglia di una sinistra equivoca e alla resa dei conti: quella in doppio petto dei palazzi del potere e quella proletaria e radicale oltre la legge, spesso incontrollabile se non imbarazzante. Ma che nella Capitale è diventata ormai così sfacciata da avere persino occupato, ieri mattina, l’ennesimo immobile, questa volta di proprietà dell’Inpdap al quartiere Colli Aniene. Uno stabile di 12 piani dove adesso campeggia un eloquente striscione: «Io non esco», firmato Action.
Dentro 117 famiglie. Non solo. Poco prima, alle 11,15, gli irriducibili di D’Erme & Co. fanno irruzione in un edificio in fase di restauro in pieno centro storico, in via Ferdinando di Savoia, a due passi da piazza del Popolo, di proprietà, guarda caso, della Magiste Real Estate S.p.a., società controllata dall’immobiliarista Stefano Ricucci. Una presa di possesso «temporanea e simbolica» si affrettano a dichiarare quelli di Action che, intanto, distribuiscono volantini a iosa sulla manifestazione «per una nuova politica abitativa» che domani solcherà le strade di Roma a partire dalle ore 14. «Chiediamo al Comune l’apertura di un tavolo di trattativa con le istituzioni sulla questione casa». Manco a dirlo: detto, fatto. Fissato l’incontro per le cinque, all’una l’occupazione simbolica è smobilitata. Quella vera, dall’altra parte della città, al Tiburtino, resta. E per la giunta Veltroni (il primo cittadino continua rigorosamente a non esporsi sull’argomento) cominciano i guai. Action preme, è la testa d’ariete. Poco importa che una decina di suoi attivisti (D’Erme compreso) siano finiti sotto inchiesta per associazione a delinquere finalizzata proprio alla commissione di delitti contro il patrimonio immobiliare, anzi il salto di qualità è vicino: dalle requisizioni in periferia all’«attacco al cuore del mondo immobiliare» (l’occupazione-Ricucci), il passo è breve. Nel mirino finisce pure direttamente il mMinistro del Tesoro Tremonti, per la vicenda delle cartolarizzazioni (la vendita delle case degli enti, vedi occupazione Inpdap). Action scalda i motori e porta il termometro «a mille». Rifondazione applaude (piena solidarietà anche alle requisizioni operate dal presidente Sandro Medici in X municipio dalla federazione romana e dai consiglieri capitolini Spera e Sentinelli), i Ds si dividono (in X il partito boccia l’operato di Medici, in Comune Galeota approva), Veltroni tace. Da una parte, infatti, c’è il patto siglato coi costruttori romani pronti a ridisegnare la città con l’approvazione del nuovo Piano Regolatore in cambio della cessione di una quota degli alloggi all’emergenza abitativa; dall’altra c’è la politica antagonista che non va scoraggiata anche perché potrebbe tornare comodo. Come? Il sistema è semplice: innanzitutto orecchie da mercante. Non approvare, non condannare, non parlare, non esporsi. Neppure se il prefetto Achille Serra interviene duro: «Requisizioni e occupazioni - dice - sono fuorilegge».
Nemmeno se c’è la magistratura di mezzo (Medici indagato per abuso d’ufficio). Poi lasciare fare agli altri. A Minelli, per esempio. «La collaborazione con i sindacati degli inquilini è fondamentale. Bisogna lavorare a un tavolo comune», ha detto l’assessore, azzardando: «C’è totale convergenza sulla necessità di una diversa politica abitativa». La frittata è girata. Le occupazioni passano in secondo piano; le prepotenze di Action, vanno cavalcate. Magari appellandosi populisticamente al governo, mascherando anni di incapacità gestionale sulla piazza capitolina (Ranieri - Sunia, sindacato degli inquilini: «In 4 anni mai un incontro con Veltroni»). Legalità a parte, il doppiogioco è servito.