Olanda senza governo, niente soldati a Kabul

Il governo olandese cade all’alba e gli effetti si risentono fino in Afghanistan, dove non è più sicuro il rinnovo della missione militare dell’Aia, considerata cruciale dalla Nato.
Dopo 15 ore di estenuante Consiglio dei ministri, alle quattro e mezza del mattino il premier Jan Peter Balkenende ha gettato la spugna e ha annunciato le dimissioni. Ora dovrà presentarsi alla regina Beatrice per rimettere ufficialmente il mandato: ma per far questo dovrà attendere il precipitoso rientro della sovrana dalle nevi di Lech, in Austria, dov’è in vacanza.
Era il quarto esecutivo a guida Balkenende ed è il quarto a sciogliersi in anticipo. Alla base della crisi decisiva ci sono i disaccordi in politica estera, di cui quello sull’Afghanistan è solo il più appariscente.
Niente di sorprendente, se si considera che Balkenende teneva insieme una coalizione a dir poco eterogenea: accanto ai suoi cristiano-democratici (di centrodestra) c’erano i conservatori dell’Unione cristiana e i laburisti. Questi ultimi, rappresentanti di una sinistra dai sentimenti atlantici assai tiepidi, nel 2007 avevano promesso ai loro elettori che entro il 2010 la missione militare olandese sarebbe stata ritirata dall’Afghanistan; e in tal senso si era espresso il Parlamento dell’Aia.
Ma ci si è messa di mezzo la nuova strategia offensiva voluta da Obama e dal generale McChrystal, che hanno chiesto agli alleati della Nato uno sforzo supplementare per sconfiggere i talebani. Balkenende, messo sotto pressione, ha chiesto dunque che il governo approvasse il prolungamento della missione fino all’agosto 2011. Ma il segretario del partito laburista (e ministro delle Finanze) Wouter Bos, preoccupato dai sondaggi che preannunciano un disastro alle elezioni municipali del prossimo 3 marzo, ha detto di no.
Il premier sapeva di chiedere ai laburisti più di quanto potevano dare. Non solo chiedeva il mantenimento nella provincia meridionale afghana di Uruzgan dell’attuale contingente di circa duemila uomini, ma proponeva di soddisfare la richiesta del segretario generale della Nato, il danese Anders Fogh Rasmussen, per «una nuova operazione più ristretta». L’Olanda, in sostanza, avrebbe dovuto fare «un piccolo sforzo in più», magari cavandosela con l’invio di una manciata dei richiestissimi addestratori per l’esercito afghano. Neppure questo, però, è stato concesso dall’inflessibile Bos.
Il futuro della missione in Afghanistan è dunque nuovamente in bilico. L’Alleanza Atlantica ha dovuto sudare sette camicie per racimolare alcune migliaia di rinforzi da parte di decine di diversi Paesi contributori, molti dei quali in crescente difficoltà con le rispettive opinioni pubbliche. L’Olanda, che ha già visto cadere in Afghanistan 31 dei suoi militari e che ha validamente occupato un settore considerato tra i più «caldi» sul terreno, rischia ora di perdere la sua reputazione di partner tra i più affidabili per le missioni internazionali: in una lettera inviata all’inizio del mese a Balkenende, Fogh Rasmussen aveva speso parole di lode per l’Olanda in questo senso.
Deciderà il nuovo governo, quale che esso sarà. L’Olanda ha davanti a sé alcuni mesi di instabilità politica, contrassegnati da due appuntamenti elettorali in sequenza: quello amministrativo del 3 marzo e quello ormai inevitabile delle legislative anticipate (si sarebbe dovuto votare nel marzo 2011), prevedibile per maggio o giugno. Le previsioni elettorali sono quanto mai incerte. Gli olandesi, tradizionalmente disincantati, non lasciano prevedere affluenze massicce alle urne: il governo appena caduto non entusiasmava, opposizioni in grado di guidare un’alternativa credibile non se ne vedono.
L’unico fenomeno politico che potrebbe affermarsi è quello della destra xenofoba guidata da Geert Wilders, sempre più popolare per i suoi toni esplicitamente anti islamici. Wilders si è detto felicissimo per la crisi di governo. Ambisce a raccogliere l’eredità di Pim Fortuyn, il leader populista conservatore assassinato nel 2002 alla vigilia di una clamorosa vittoria elettorale. Per ora si gode i sondaggi, che lo danno vincente nelle municipali perfino all’Aia, sede del governo.