Olfatto hi-tech, ora la perfezione si fa a naso

nostro inviato a Bergamo
L’arte forse c’è, ma sicuramente non si vede. Almeno a occhio nudo. C’è bisogno del microscopio. Ma non scomodatevi a portarlo da casa, lo troverete infatti nella Sala Caccia di Palazzo Frizzoni, sede del Comune di Bergamo, nonché location scelta da BergamoScienza per la «prima mostra» di nanoart. «Nano» sta per nanotecnologie e «art» sta per arte nella sua accezione più invisibile. Una premessa metodologica: la definizione di «prima mostra» mal si adatta al concetto di arte dove di veramente «primo» non c’è mai nulla; tutto infatti è stato ormai «visto» e «rivisto». Di qui la suggestiva intuizione di Stefano Raimondi, curatore di un’illusione più che di un tecno-vernissage: il sogno di far vedere l’invisibile attraverso una forma d’arte infinitamente piccola.
Loro, gli artisti, indossano un camice bianco. Candido, senza l’ombra di macchie colorate. Sembrano chirurghi un attimo prima di entrare il sala operatoria. Sterilizzati. Asettici. Tutto il contrario dell’iconografia del pittore schizzato di smalti, tempere, vernici e materiali vari. Al posto della tela un quadrettino di silicio sul quale scrivere, incidere, creare. Per poi nasconderlo immediatamente all’immediata percezione visiva. Opere di dimensioni nanometriche (un milionesimo di millimetro) firmate da Grit Ruhland, Alessando Scali e Robin Goode. I primi di un’avanguardia in via di clonazione con tanto di mascherina sulla bocca e cuffia sui capelli. Un mondo lontano il loro, dove parole come «olio su tela», «litografia», «tecnica mista» ecc. sembrano l’eco di un mondo preistorico.
Nella galleria della nanoart c’è posto invece solo per creazioni in «silicio con strato di ossido cresciuto termicamente», opere a base di «ago, fotoresist metallizzato e lente di ingrandimento», quadri con figure al «silicone su materiale isolante». Per apprezzarle al meglio non basta inforcare gli occhiali, bisogna buttare l’occhio sul microscopio elettronico. Chi non ci sta, non vedrà nulla. O dovrà accontentarsi dell’unico manufatto visibile senza l’ausilio di un supporto scientifico: «Fiato sprecato», il soffio del visitatore attiverà «molecole intelligenti» che si muoveranno per visualizzare il numero dei respiri che scandiranno il resto della sua vita.
Un messaggio forte: «Non c'è tempo da perdere, siamo in allarme rosso, dobbiamo concentrarci sugli innumerevoli problemi che ci circondano, ogni lasciata (di fiato) è persa». Questo esempio indica come la nanoarte riproponga con forza l'antica utopia che tutti possiamo diventare artisti o meglio esprimere la nostra sensibilità artistica senza temere l'ombra dei «grandi» o assoggettarci a frustanti mediazioni di addetti ai lavori.
Se la cifra dei respiri che vi restano da vivere non vi avrà impressionato troppo, potrete proseguire il viaggio «Oltre le Colonne d’Ercole» alla ricerca della «Chiave del Paradiso» scoprendo che lo «Scemo chi legge» potreste essere proprio voi: tutti titoli di opere - questi citati tra virgolette - che resteranno in vita a Bergamo fino al 21 ottobre per poi trasferirsi nel «microscopio ottico con collegamento video» in qualche altra parte del mondo.
I visitatori della mostra di nanoart hanno un sorriso strano, sanno di partecipare a un’avventura fantasy e se ne compiacciono; le categorie del «bello» e del «brutto» crollano sotto la lente del «microscopio a forza atomica», lasciando il posto a un’astensione che sembra il volo a mezz’aria dell’eroe di Matrix (nulla a che fare con Mentana).
Paradosso e provocazione, com’è stato per ogni movimento artistico rivoluzionario: un’arte visiva proposta attraverso la «non visione». Con la nanotecnologia l'opera viene inscritta su una piastra di silicio, ma anche con l'ausilio di un microscopio «essa non viene data nella sua totalità, viene solo suggerita». E qui sta la radicalità della proposta: lo spettatore è chiamato a contribuire personalmente alla creazione dell'opera. Anche questa non una novità assoluta. Ma la modalità è comunque apprezzabile. Per suggerire un titolo, il visitatore deve finalmente usare il suo «occhio interno», rimettere in moto la sua immaginazione «bloccata e penalizzata dalle tante, troppe, invasive immagini esterne».
Grazie alla nanoart un cammello riesce incredibilmente a passare attraverso la cruna di un ago e il continente africano assume le sembianze di un feto durante l’ecografia. È lo spettacolo della natura parcellizzata, mentre fuori dal Palazzo Frizzoni riesplode la natura a dimensione reale.
«Questa mostra affronta per la prima volta in modo critico gli aspetti e le caratteristiche che rendono la nanoarte una proposta innovativa sullo scenario artistico internazionale - spiega Stefano Raimondi, tecno-argonauta del percorcorso di BergamoScienza -. La nanoarte è l'incontro tra una tecnologia, la nanotecnologia, e l'uso che gli artisti ne fanno».
Ma come ha origine la nanoarte? «Il tutto nasce dall'incontro a Torino con Alessandro Scali e Robin Goode. Robin Goode, nato a Cape Town in Sud Africa da padre africano e madre australiana, è arrivato a Torino con già alle spalle una robusta carriera di grafico pubblicitario ed è all'interno di una società molto nota agli addetti del settore che ha incontrato Alessandro Scali. Per vie diverse sono pervenuti alle medesime conclusioni: la comunicazione pubblicitaria (e spesso non solo questa) non offre più un solo grammo di conoscenza del reale né offre stimoli all'immaginazione; essa sostituisce l'educazione con l'edutainment, l'informazione con l'infotainment, l'arte e la cultura con l'intrattenimento».
La ribellione contro questo stato di cose ha portato Goode e Scali a compiere una scelta radicale: «Azzerare e ricominciare da capo, per ridare senso e umanità alle cose». L'ambito e gli strumenti del loro abituale lavoro non erano però i più adatti a questo nuovo Big Bang comunicativo, ed ecco allora il loro avvicinarsi alla ricerca e alla produzione artistica e la loro riflessione sulla situazione dell'arte contemporanea in campo visuale. È a questo punto che i percorsi si intrecciano, «scoprendo una tecnologia che permette di realizzare prodotti d'arte visiva invisibili a occhio nudo, e di approfondire una serie di problemi sulla crisi dell'immagine».
Fino forse a un passo a cui neppure la nanoart è ancora arrivata: l’eliminazione dei microscopi che consentono la visione di ciò che è invisibile. Solo così il cerchio può chiudersi. Tutta resta nella mente, nulla negli occhi. È l’arte dell’immaginazione.