Oligarca russo caduto in disgrazia fugge a Londra

da Mosca

Mikhail Gutseriev, che lo scorso anno si era dimesso dalla presidenza del colosso russo privato del petrolio Russneft denunciando «inaudite pressioni», è fuggito in Gran Bretagna. La conferma a una voce che correva da tempo è stata data ieri da Igor Tsokolov, capo della commissione investigativa del ministero dell’Interno russo che sta indagando sul miliardario, il cui nome è inserito nella lista internazionale dei ricercati dall’estate del 2007. Lo stesso Tsokolov ha reso noto che il governo russo ha già provveduto a chiedere a quello britannico l’estradizione dell’ex «oligarca».
Gutseriev avrebbe scelto l’esilio in Gran Bretagna per evitare di fare la fine dell’ex patron di Yukos (altro gigante petrolifero privato) Mikhail Khodorkovskij, processato per evasione fiscale e condannato a otto anni di carcere duro che sta scontando in Siberia, ma ora già alle prese con un nuovo processo. Segue così le orme di altri famosi miliardari inseguiti dalla giustizia russa, il più celebre dei quali è Boris Berezovskij, che dal suo esilio londinese ha giurato a Vladimir Putin di impegnarsi con tutte le sue disponibilità per fargli perdere il potere. Altri nomi celebri, per citarne solo alcuni, sono Vladimir Gusinski, grande imprenditore televisivo del passato, e Leonid Nevzelin, ex socio di Khodorkovskij.
Le probabilità che Londra dia seguito alla richiesta di estradizione in Russia di Gutseriev sono molto basse. La qualità dei rapporti tra i due Paesi è infatti molto peggiorata da quando, nel novembre del 2006, l’ex membro del Kgb Alexander Litvinenko, rifugiato in Inghilterra con la famiglia e da poco diventato cittadino britannico, fu avvelenato a Londra dopo un incontro con alcuni connazionali nel bar di un albergo del centro. Litvinenko, che aveva 43 anni, morì dopo una straziante agonia durata settimane, provocata dal micidiale isotopo radioattivo polonio-210 che gli sarebbe stato versato a tradimento nel tè. Ma ebbe il tempo di puntare il dito contro il Cremlino, accusando personalmente l’allora presidente russo Vladimir Putin di essere il mandante del suo assassinio, oltre che di quello della giornalista Anna Politkovskaja.
Il governo britannico aveva in seguito chiesto l’estradizione a Londra di Andrei Lugovoj, un altro ex agente del Kgb con cui Litvinenko si era intrattenuto prima dell’avvelenamento e su cui gravavano pesanti sospetti, ma questa non fu concessa da Mosca.