Le Olimpiadi bianche aspettando lo scialpinismo

La disciplina in passato era presente ai Giochi. E in molti vorrebbero un suo ritorno. Intanto a fine febbraio Cuneo ospiterà i mondiali di ski alp

Lorenzo Scandroglio

Le olimpiadi invernali d'Italia sono imminenti e mentre lo sci mondiale oggi si divide ancora fra Garmisch Partenkirchen (super gigante maschile) e Cortina (slalom gigante femminile), venerdì 3 e sabato 4 febbraio il circo bianco maschile approda a Chamonix, luogo dove si tennero i primi giochi invernali dell'era moderna nel 1924. L'occasione si presta per un fugace sguardo al passato utile ad interpretare presente e futuro di alcuni degli sport bianchi. Quali vicende portarono all'istituzione di quell'appuntamento? E da quel primo passo, quanti altri ne sono stati compiuti, fino all'introduzione di nuove discipline quali lo snowboard? Perché lo sci alpinismo invece - e paradossalmente - ne è ancora escluso?
Gli sci, anche se allora nelle valli torinesi e nel capoluogo li chiamavano "ski", furono introdotti in Italia nel 1896 dall'ingegnere svizzero, torinese d'adozione, Adolfo Kind e dal figlio Paolo. Non a caso padre e figlio furono i primi due presidenti, e fondatori nel 1901, dello "Ski Club Torino". Certo, gli antenati degli sci dovevano essere già d'uso "comune" nei paesi scandinavi nel 2000 a.C., se è vero che furono trovati attrezzi simili nelle paludi norvegesi. Ecco perché, dopo le prime Olimpiadi dell'era moderna ad Atene nel 1896, senza i cosiddetti sport invernali considerate le origini elleniche, nel 1901 (si notino le coincidenze temporali con le vicende torinesi), i paesi scandinavi, con l'appoggio del padrino dell'"olimpismo" moderno il Barone Pierre de Coubertin, organizzano i primi Giochi nordici che, da allora e per un po' di anni, si sarebbero tenute solo in quei paesi.
A questo punto i "colossi" dell'universo alpino, con un parco atleti di tutto rispetto, Francia, Italia e Svizzera in particolare, cominciarono a rivendicare i diritti degli sport da discesa che, ai tempi, non erano arrivati all'attuale specializzazione e divisione per categorie. Le Alpi però contestavano il monopolio nordico su attività che si svolgevano da anni anche nei loro territori e rivendicavano maggiore attenzione. Così, con il sostegno decisivo proprio di un italiano membro del Cio, il Conte Brunetta di Usseaux, poi del conte Alberto Bonacossa, la comunità internazionale decretò l'istituzione dei primi giochi invernali in contesto alpino al posto dei giochi nordici. Fu scelta una località simbolo: Chamonix, sotto il re delle Alpi, il Monte Bianco, "capitale" dei montagnard e delle attività sportive legate alla montagna.
Ora però viene il bello: Chamonix rappresenta l'origine e, allo stesso tempo, marca una differenza rispetto alle attuali Olimpiadi invernali. Cosa è rimasto, nello spirito e nella pratica, di quei fasti antichi, capaci di mantenere un rapporto strettissimo con la montagna e le sue attività d'eccellenza? Pensate che per i giochi di Chamonix - come si legge nella splendida monografia dedicata allo sci del periodico "L'alpe" (Priuli & Verlucca Editore) - era addirittura stato istituito "un premio per l'alpinismo da assegnare in occasione di ogni Olimpiade alla più alta impresa". Allora il riconoscimento andò all'inglese Edward Lisle Strutt, per aver diretto una spedizione alla quota più alta (8320 m) mai raggiunta sull'ancora inviolato Everest. Che ne è oggi di quel premio?
E lo scialpinismo, disciplina oggi in forte espansione, per quale motivo è sparito dalle rassegne olimpiche al punto che terrà sulle montagne del cuneese il suo campionato mondiale proprio a ridosso delle Olimpiadi, dal 27 febbraio al 4 Marzo? Eppure in origine non fu così. Fra le due guerre mondiali la tecnica nell'uso degli ski era già arrivata a livelli considerevoli. I più forti "skiatori", per ovvi motivi, militavano nei corpi speciali degli alpini, dividendosi fra attività alpinistiche e militari. In sostanza dovevano sapere sciare, scalare e sparare.
Fu così che nelle prime olimpiadi invernali, fra le varie competizioni, fu contemplata anche la cosiddetta "gara di pattuglia". La "gara di pattuglia" assomigliava all'attuale biathlon con una differenza fondamentale però: che, dopo il 1960, quando appunto assunse questo nome, esso non recava più alcuna traccia della componente scialpinistica. Oggi il biathlon è, in sostanza, una gara di fondo durante la quale, in punti prestabiliti, ci si ferma a sparare a un bersaglio. In origine invece essa si svolgeva su percorsi ben più impervi, con continui saliscendi e l'uso delle pelli di foca. Furono infatti i mezzalamisti a dominare le competizioni degli anni '30 (il Mezzalama, la grande classica di scialpinismo del Monte Rosa, da Cervinia a Gressoney per oltre 40 chilometri di progressione sul filo dei 4000 metri, nacque nel 1933).
Ora lo scialpinismo ha acquisito consapevolezza di sé, sia in termini di movimento che di tecniche e materiali. Si è differenziato dallo sci da fondo al punto che gli sci a spatola stretta sono proibiti dai regolamenti. Atleti di 5 continenti e di oltre 30 paesi si affrontano in volate entusiasmanti. Ma italiani, francesi e svizzeri continuano ad essere i migliori. Qualche medaglia in più sarebbe arrivata di sicuro ai nostri colori se ci fossero stati anche i nostri scialpinisti, ma tant'è. Toroc, Cio o chi per loro, hanno pensato bene che, a dispetto di quella importante pagina di storia del nostro sci, lo snowboard potesse partecipare alle Olimpiadi, lo scialpinismo no. Sarà per le prossime. Peccato che saranno altrove...
lorenzo.scandroglio@tin.it