Olimpiadi, ora i grandi sponsor hanno paura

Vertice tra Coca Cola, Adidas, Omega e gli organizzatori: 12 multinazionali hanno pagato in media 100 milioni di dollari a
testa. Dopo la crisi tibetana temono costosi contraccolpi di immagine. <strong><a href="/sondaggio_1a.pic1?PID=52">Giusto boicottare le Olimpiadi? VOTA</a></strong>

La «tempesta perfetta» è quasi pronta e rischia di spazzare via la torcia olimpica e i suoi sponsor dai passi del Tibet e dell'Himalaya. Le prime gocce le ha fatte cadere lo scorso mese Steven Spielberg, rinunciando per motivi etici e morali all' incarico milionario di grande cerimoniere dei giochi Olimpici. Ma il vero uragano, capace di seminare il panico tra i 12 grandi sponsor che hanno sborsato una media di 100 milioni di dollari a testa per finanziare i Giochi rischia di scoppiare tra qualche settimana quando la fiaccola olimpica correrà tra le vette dell'Everest e del Tibet. A pagare la tradizionale staffetta e a marchiarla con i loro simboli sono Coca Cola, Samsung e la Lenovo. Se per la Lenovo, mega ditta cinese di computer, l'infamia è un obbligo, per Coca Cola e Samsung la sfilata nella prigione a cielo aperto tibetana rischia di trasformarsi in un disastro. Ufficialmente i grandi sovvenzionatori esibiscono indifferenza. «Non abbiamo in programma di cambiare le nostre attività collegate alla staffetta olimpica» - sostiene Christe Lau portavoce della Coca Cola a Pechino. «Non riteniamo che i giochi olimpici siano il luogo per dimostrazioni» - ribadisce con un comunicato la Samsung. Dietro l'ostentata indifferenza aleggia la paura. «Anche se non crediamo nei boicottaggi presto potrebbe essere chiaro che ci si sente meglio a bere una Pepsi piuttosto di una Coca Cola» - pronostica Jill Savitt direttore esecutivo di Dream For Darfur, l'associazione dell’attrice Mia Farrow che martella gli sponsor ricordando il genocidio del Darfur e i soldi sborsati da Pechino per controllare due terzi della produzione petrolifera sudanese. Ma rispetto al lontano Darfur la rivolta del Tibet e la spietata repressione cinese sono ben più presenti, più attuali, più strettamente collegati alle Olimpiadi di agosto. Una brusca scivolata di Coca Cola e Samsung sulle nevi himalayane rischia di innescare un'immediata reazione a catena. I primi a cercar di avvantaggiarsene, seminando la paura di una vergogna globale sono gli attivisti dei movimenti anti Olimpiadi capeggiati proprio da Dream for Darfur. Gli uomini guidati dalla Farrow puntano tutto sulla «report card» una sorta di colonna infame in cui 12 grandi sponsor e le altre società coinvolte vengono classificate con una C una D o una F a seconda della sensibilità dimostrata nei confronti del Darfur e delle campagne lanciate dall'associazione. La General Electric era entrata recentemente nel paradiso dei buoni grazie ad un C plus. Coca Cola Johnson & Johnson e Ups marchiati da una D erano ad un passo dall'abisso. Atos , Lenovo, Manulife, Panasonic, Samsung, Swatch, Anheuser-Busch, BHP Billiton, Eastman Kodak, Microsoft, Visa e Volkswagen sguazzavano nello stige dell'indifferenza e del cinismo contrassegnato dalla F.

Ad amplificare le paure dei grandi finanziatori di un’organizzazione il cui costo è valutato in 2,1 miliardi di dollari, contribuiscono gli imprevedibili protagonisti del mondo dello spettacolo. Il gran rifiuto di Spielberg ha instillato qualche dubbio anche in Quincy Jones, il re della musica assoldato per scrivere gli spartiti delle cerimonie d'apertura e chiusura. La questione tibetana rende più irrequieto anche George Clooney volto e polso di quei cronometri Omega simbolo e icona dei tempi olimpici. «È da oltre un anno che discuto della Cina con l'Omega e continuerò a farlo» - si è limitato a dire ieri il divo. La stessa Omega, insieme ad Adidas e Coca Cola, ha fatto trapelare l’esistenza di colloqui riservati con gli organizzatori sul tema dell’atteggiamento cinese in Darfur. Ma la paura rimane. Perchè nel mondo della comunicazione globale anche una pioggerella primaverile può trasformarsi nella «tempesta perfetta», far scivolare la fiaccola e «chiudere i Giochi».