Olimpiadi, scoppia il caso Italia

Giochi senza pace. Un altro atleta azzurro dopato: dal ciclismo alla scherma non si salva nessuno. <strong><a href="/a.pic1?ID=280347">Baldini infilza il sogno olimpico</a></strong> per un diuretico. Ma lui si difende: &quot;Sono pulito&quot;. Il medico: <strong><a href="/a.pic1?ID=280345">&quot;Solo un antibiotico&quot;</a></strong>

Sui Giochi di Pechino incombe già una spessa cappa di smog: non si sentiva il bisogno di aggiungerne un'altra, tutta nostra, ancora più plumbea e più tossica. Ogni giorno un dopato. Più o meno. Per non farsi riconoscere, hanno cominciato i ciclisti maschi Riccò e Piepoli. Poi le pari opportunità ci hanno consegnato la Bastianelli. Poi ancora il campione italiano dei dilettanti. E proprio quando tutti si stavano consolando con l'idea - ingenua, anzi idiota - che siano solo quei luridi della bicicletta a rovinare lo sport, ecco lo schermidore Baldini.

Davvero una grande vigilia azzurra: vorremmo avvicinarci a Pechino coltivando fantasie e illusioni, ma passiamo queste giornate sui manuali di farmacia, neanche fossimo tutti iscritti a un corso del Cepu per aspiranti caposala. Epo di prima, seconda e terza generazione. Ormoni della crescita e diuretici. Anziché gustarci i soliti servizi di introduzione, alla scoperta di questi strani animali sportivi che per quattro anni stanno in cattività, nell'ombra, salvo ripresentarsi improvvisamente per le glorie di un giorno, anziché prenderci questo quarto d'ora di sogno e di poesia nel pieno dell'estate, siamo bombardati a raffica da notizie avvilenti. L'effetto è nero: da notizie avvilenti diventano penose disillusioni. Le molecole chimiche ingerite dagli atleti hanno un effetto molto più venefico sull'organismo nostro. È come se a pochi giorni dalla festa ci avessero iniettato un virus, come un tarlo letale, che ci porta inesorabilmente all'ultimo stadio, il peggiore: lo scetticismo. Il disincanto. Vince perché si dopa, non vince perché non si dopa: questa la cinica chiave di lettura che cominciamo ad usare davanti alle gare sportive. Geometri e commercialisti, zie e pettinatrici, tutti quanti allo stesso modo, tutti quanti con l'interrogativo incorporato: quello ha vinto, ma sarà poi pulito?

Amara riflessione di mezza estate: il decantato spirito olimpico, ormai, riesce a essere più esilarante dello spirito di uno Zelig o di un Bagaglino. Per renderlo meno comico, per ripristinare un minimo di serietà, bisogna prendere dalle caviglie il barone De Coubertin e capovolgerlo a testa in giù, in modo che anche il suo famoso motto suoni esattamente capovolto: l'importante non è partecipare, ma vincere. Così, finalmente, ci si capisce meglio. Perché questo, oggigiorno, è lo sport. E ovviamente anche le Olimpiadi, che ne sono la massima rappresentazione mondiale.

Le nazioni vogliono vincere per esprimere in metalli preziosi la propria potenza, le federazioni sportive vogliono vincere perché ad ogni medaglia corrisponde un finanziamento statale, gli atleti vogliono vincere perché ogni medaglia significa un contratto per sé e per un altro paio di generazioni della famiglia.

Se ci nascondiamo questa regola del gioco, l'unica che davvero sovrasti e influenzi tutte quante le altre, ci prendiamo soltanto per il naso. Saremo pur inteneriti vedendo in gara la podista afghana o il ciclista del Burkina Faso, ma ormai non è questo che fa le Olimpiadi. Questo fa contorno, questo fa colore: ma la vera anima dello sport e dei Giochi è a pieno titolo, senza possibilità di alternativa, la vittoria.
Ci siamo: se vincere bisogna, il fine giustifica qualunque mezzo. Inutile specificare quale mezzo: nelle ultime settimane abbiamo fatto una cura - pure noi, non soltanto gli atleti - di questo mezzo.
Certo non bisogna nemmeno pensare che il mondo stia crollando in queste ultime ore. Tanti e tanti anni fa, gli atleti prendevano pure la stricnina, per vincere. Combinazione, scocca il secolo dalla famosa corsa di Dorando Pietri, stramazzato a un metro dalla vittoria di Londra, corsa romanzata e mitizzata, ma anche chiaro segno di certi effetti collaterali. Gli stessi atleti dei primi Giochi greci si riempivano di infusi e poltiglie per resistere al dolore e alla fatica. Potrebbe cioè consolarci l'idea che il doping sia coetaneo della prostituzione, vizio e mestiere antichi come il mondo.

Ancora: potrebbe consolarci - noi italiani imbambolati e scossi - che comunque l'Italia vanta (vanta?) molti dopati perché molto li cerca, al contrario di altre nazioni - come la Spagna, per non fare nomi - che ha pochi dopati perché poco li cerca. Di più: potrebbe giustamente consolarci apprendere che in giro per il mondo stanno cadendo dopati come fagiani impallinati, dal giamaicano dell'atletica, scoperto giorni fa, alle sette russe e alle due romene, sempre dell'atletica, buttate fuori dalla comitiva poco prima di salire sull'aereo.
Sì, ci sarebbe qualche buon motivo per non deprimerci esageratamente. Ma riconosciamolo: sono motivi tecnici. Razionali.

Non incidono là dove servirebbe: sullo slancio emotivo, sull'entusiasmo dell'attesa, sulla voglia di volare. Non servono ad alleggerire questo clima di gelo, improvvisamente calato sul termometro della cosiddetta febbre olimpica. Non servono a temperare questo maledettissimo sentore di giocattolo rotto.
Poi tutto può essere: forse davvero basta guardare lo sport e i Giochi con un poco di sano realismo. Scendendo dal pero, evitando la stupida poesia. C'è un problema: questa poesia era l'ultima che ci restava. Non c'è niente di più malinconico della festa che sembra già finita prima ancora di cominciare.