Olimpiadi di St. Moritz e la Fossa degli italiani

Avevo lasciato ieri per oggi ancora due-tre memorie del 1936 prima di riaccendere i ricordi di St. Moritz ’48. L' ultimo tedoforo hitleriano aveva nome Willy Bogner, fondista nella 18 km e nella staffetta. Combatté e sopravvisse alle tragedie della guerra, finita la quale inventò una bella moda per lo sci tuttora vivissima. Ci conoscemmo nel '46 e diventammo amici, in seguito anche con l'omonimo figlio. La straordinaria Leni Riefenstahl filmò i Giochi 1936, invernali ed estivi, opera fantastica ma parzialmente anche causa di imprigionamento e processi nel Dopoguerra. Quando fu dichiarata libera l'amico Bogner me la mandò a Milano. Divenne mia buona amica e un destino propizio l'accompagnò fino ai 100 anni e donò anche a me la gioia di brindarli assieme. Ma questa non è storia dei Giochi. Lo è invece la vittoria dei nostri alpini nella sfida di fondo-e-sparo per pattuglie militari, il germoglio del biathlon, il capitano Silvestri, il sergente Perenni e gli alpini Sertorelli e Schilligo. Per l'Italia intera fu un trionfo. Il fascismo provvide a un omaggio e a un applauso di centinaia di chilometri dal Brennero fino a Roma. I quattro eroi, con medaglia sul petto, si affacciavano ai finestrini del treno di ogni stazione, salutavano romanamente ma anche con ambedue le braccia, mostravano la medaglia, una fanfara suonava Giovinezza e la folla acclamava i loro nomi. Così accadde anche a Trento alle prime ombre della notte, alcuni minuti che sono tuttora vivissimi nella mia mente e nel mio giovane cuore.
La Guerra mondiale raggelò lo spirito olimpico che tornò a infiammarsi dopo 12 anni nella svizzera St. Moritz. Agonisticamente le nostre speranze erano limitate con le eccezioni dello sci alpino, dove potevamo vantare 3 campioni tutti abetonesi, Zeno Colò, Vittorio Chierroni e Celina Seghi e un po' anche del bob. Zeno soprattutto aveva già vinto in discesa a livello mondiale, niente nel fondo dove i vecchi stavano rallentando il passo e quello dei giovani non era sufficiente. I ricordi miei più vivi sono due, purtroppo negativo per la discesa e assolutamente sorprendente per una disciplina che fino a quei giorni quasi ignoravo, lo skeleton, clamorosamente vinto dal nostro Nino Bibbia.
La discesa fu per me, tifoso genuino, un autentico dramma. Quel giorno mi appostai in un punto strategico della pista dove gli atleti scomparivano dalla vista per qualche secondo per poi riapparire in una evoluzione sinistrorsa. I nostri più forti caddero in successione, Roberto Lacedelli, Chierroni e Colò, il quale lascio nella neve addirittura la punta di uno sci. Quel passaggio, a gara ultimata e l'indomani sui giornali, fu chiamato «la fossa degli italiani». Nella gara delle donne la nostra Celina Seghi non agguantò una medaglia. Si piazzò quarta. Il campione che più mi impressionò in quei Giochi fu lo svedese Nils Karllson, dominatore della 50 km. Aveva già vinto alcune mitiche Vasaloppet e altre ne guadagnò dopo, nel fondismo si era eternamente collocato come «Re dello Sci». Sta ancora bene con le sue ottantasette primavere e due anni fa mi invitò a colazione nella sua deliziosa lignea casa dopo la «Vasa» assieme al nostro ex-allenatore, il simpatico Bengt Hermann Nilsson.