Olindo s'assolve: costretto a confessare

Nel processo per la strage di Erba l'imputato racconta di esser stato indotto a confessare: &quot;Ho subito il lavaggio del cervello&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=242273">In corte d'Assise la ricostruzione</a></strong> del comandante dei carabinieri

Como - È la «verità» di Olindo quella andata in scena ieri nel corso della sesta udienza del processo sulla strage di Erba, che vede imputati i coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi. Nelle dichiarazioni spontanee in aula, Olindo ha raccontato di essere stato indotto a confessare in un colloquio con i carabinieri, avvenuto il 10 gennaio 2007. «Mi prospettarono gli scenari - racconta -: se fossi stato zitto, l’ergastolo non me lo toglieva nessuno. Se avessi confessato, in 5 anni sarei uscito». Ecco il testo integrale della sua dichiarazione.

«Si sente? Buongiorno sarei stato fuori in 5 anni. Niente, volevo esporre i fatti che si sono svolti il giorno 10 gennaio 2007 nelle ore che precedettero la mia confessione. Quella mattina in carcere arrivarono due carabinieri in borghese per rilevarmi le impronte. Fui portato con loro, poi si fermarono. Emi dissero che se confessavo mi sarei tolto un grosso peso dalla coscienza. E così mi prospettarono a cosa andavo incontro: se stavo zitto, con le prove che avevano in mano, il testimone, la macchia di sangue, l'ergastolo non me lo toglieva nessuno. Mentre se mi fossi pentito e avessi confessato, con il rito abbreviato, una buona condotta, le varie attenuanti - non ricordo quali - in cinque anni sarei stato fuori. In più mi dissero che mia moglie sarebbe stata scarcerata subito e sarebbe potuta tornare a casa. Io ero combattuto, in quel momento lì. In poche parole avrei dovuto, come dire, non dire la verità. E... niente: allora chiesi se potevo parlare con mia moglie, era due giorni che non la vedevo e non sapevo cosa ne pensasse lei. Però mi dissero che questo poteva autorizzarlo solo il pm. Però il pmnon si sarebbe presentato se io non mi fossi pentito. Così caddi nella disperazione, ero confuso, non sapevo cosa fare. Ci pensai sopra vari minuti, camminando avanti e indietro. Poi concordai la cosa con loro precisando che prima di parlare con i pm avrei voluto parlare con mia moglie per sentire cosa ne pensava. Ilpmarrivò alcune ore dopo e io rimasi lì con loro parlando del più e del meno, di come si erano svolti i fatti, delle armi che probabilmente erano state usate, sull'incendio scoppiato violentemente, di un accenditore che non avevano trovato, di com’era ridotto l’appartamento, di come l’avevano trovato. Alla fine di quelle due o tre ore, non ricordo quanto tempo, era come se - non so se sia l'espressione giusta - mi avessero fatto il lavaggio del cervello. Ero convinto che quello fosse il minore dei mali. E così accettai. E quando arrivarono i pmfeci la confessione. Tutto qui».