Olindo vuole un altro tribunale «Via da qui, ci odiano tutti»

Oggi parte il dibattimento: forse gli imputati ricuseranno i giudici. Castagna: «Mi facevano paura»

nostro inviato a Como
Avvocati contro giudici, curiosi contro curiosi, morbosi contro morbosi. E, naturalmente, giornalisti contro giornalisti. Sintomatico che, io stesso, mentre entravo ieri a Palazzo di giustizia per un sopralluogo, sia stato inseguito e scambiato, da due giovani e precipitosi colleghi, per uno degli avvocati del Grande Evento. Olindo Romano, 45 anni, ex netturbino, e sua moglie Rosa Bazzi, 44, donna delle pulizie, prima rei confessi e poi incasinatissimi ritrattatori a botte di pizzini, il patriarca Carlo Castagna, dal perdono tanto disarmante quanto quasi fastidioso, il supertestimone Mario Frigerio e il vedovo super chiacchierato, Azouz Marzouk. Tutti insieme, entrano da oggi in questa sorta di gigantesco frullatore, un incrocio tra videogame e reality show che può persino annebbiare la vista.
E invece, mai come in quest'occasione, la vista deve spaziare. Per guardare con lucidità a quella sera dell'11 dicembre 2006, a quella corte di via Diaz 25 a Erba. Per guardare quattro persone (anzi quasi cinque, uno ha camminato sul labile confine con l'aldilà per settimane) ammazzate con rara ferocia. E per ricordare che fra le vittime c’era anche un bimbetto di due anni. Sgozzato solo perché faceva il suo mestiere di bimbetto: giocare, saltare e, qualche volta, urlare. Detto questo, percorriamo pure la gimcana delle transenne, salutiamo gli operai che hanno appena finito di ripulire dalle scritte la facciata del tribunale di Como (della serie: facciamo bella figura davanti alle telecamere di mezzo mondo) ed entriamo in corte d’Assise. Dove oggi ci saranno Azouz e Carlo Castagna che ha sparato ieri una bordata in tv dalla Vita in diretta: «Anch’io ho avuto paura di Olindo e quando ci incontravamo nel cortile di casa le parole nei miei confronti si sprecavano, ma anche le minacce e gli atteggiamenti aggressivi. E solo la presenza di vigili urbani qualche volta ha evitato il contatto fisico».
Molto probabilmente sarà presente invece solo uno dei due imputati, Olindo Romano. Perché l’altra metà dell’inquietante coppia, Rosa Bazzi «non deve fare - parole del premuroso marito - la fine di un agnello in mezzo ai lupi». I colpi di scena si annunciano fin dalle prime battute. Con una decisione dell’ultima ora il team dei difensori dei Romano si è ulteriormente rafforzato: l’avvocato Enzo Pacia di Como affiancherà infatti i colleghi Luisa Bordeaux di Lecco e Fabio Schembri di Milano. E questa mossa fa ipotizzare una partenza all’attacco. Per esempio con una richiesta di ricusazione di giudice e tribunale invocando la legittima suspicione. Per dirla in altre parole, i legali di Olindo e Rosa sarebbero decisi a chiedere il trasferimento del processo ad altra sede per incompatibilità ambientale, perché la gente di queste zone odia i loro assistiti. Li vorrebbe vedere marcire in galera. E questa palpabile sensazione suona come una sentenza già scritta, potrebbe cioè condizionare in qualche modo giudice e giuria popolare tanto più che il Tribunale di Como, contestano i legali, ha già rigettato alcune loro richieste come quella di far visitare i coniugi dai periti.
Al processo, già fissate 16 udienze, due alla settimana, fino a fine marzo, quando dovrebbe arrivare la sentenza, davanti alla Corte, presidente Alessandro Bianchi, giudice a latere Luisa Lo Gatto, sei giudici popolari, tutte donne, e al pm Massimo Astori, dovrebbero sfilare circa 200 testi. La difesa proverà a puntare sulla perizia dei Ris sul luogo della strage, in cui non ci sono impronte dei Romano perché la casa era stata incendiata e a incrinare le certezze dell'unico sopravvissuto, Mario Frigerio, vedovo della signora Cherubini. «Ma Frigerio - dice il suo legale Manuel Gabrielli - è tranquillo. Li inchioderà alle loro responsabilità e spera che diano loro l’ergastolo. Non teme di guardare negli occhi Olindo e Rosa. Ma serve tranquillità». Probabile quindi che la testimonianza più attesa sia a porte chiuse.