Oliver Stone racconta Bush jr. "Tra la commedia e Shakespeare"

A un passo dalle elezioni presidenziali il regista americano sta montando il film a ritmi forzati: uscirà il 17 ottobre il film sul presidente americano che potrebbe partecipare al Festival di Roma

La scena del trailer ufficiale, consultabile su Youtube, fa una certa impressione. «Who do you think you are... a Kennedy? You’re a Bush. Act like one!», tuona il vecchio George Herbert Walker Bush, incarnato da James Cromwell, al figlio George Walker, ancora giovane e scavezzacollo, che indossa la faccia smagrita e contrita di Josh Brolin. Già. «Chi pensi di essere, un Kennedy? Sei un Bush, comportati come uno di noi». Dentro quella frase c’è, in buona misura, il risvolto esistenziale del film che Oliver Stone sta montando a ritmi forzati in vista dell’uscita del 17 ottobre, a un passo dalle elezioni presidenziali. Film controverso, questo W., circonfuso da un alone di mistero e di sospetto, forse destinato a sparigliare i giochi. Perché da un liberal come il 61enne Stone, che al cinema ha raccontato la morte di Kennedy e la caduta di Nixon, era lecito attendersi un atto d’accusa nei confronti del 43º Presidente degli Stati Uniti, uno dei più discussi e irrisi. Invece il suo biopic, scritto da Stanley Weiser, sembra nascere con ambizioni diverse, più sottili, con l’idea, insomma, di fornire un ritratto verosimile, non grottesco, dell’uomo che ha retto per otto anni i destini del mondo. Vero, intervistato qualche mese fa da Entertainment Weekly, Stone aveva sparato: «Bush è una persona senza talento che sa vendersi benissimo. Non un presidente normale, quindi possiamo divertirci». Ma poi, raggiunto sul set in Louisiana da un giornalista del Los Angeles Times, il regista di Platoon ha precisato il tiro. «Ho apprezzato Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, ma non mi interessa fare quel tipo di film. W. non sarà troppo serio, però parla di un tema serissimo. Quasi una storia shakespeariana... Lo vedo come una bizzarra rivelazione della democrazia americana, almeno come l’ho vissuta io».

Del resto, lo strillo pubblicitario illustra bene la parabola politica e i conflitti familiari dell’uomo: «Cosa ha guidato George W. Bush da lì (e si vede il rampollo che fa a pugni, beve, draga ragazze e gioca a carte, ndr) a qui? (e si vede il presidente nella Stanza ovale, coi piedi sopra il tavolo mentre legge un dossier, ndr)». Una scommessa titanica per il quarantenne Josh Brolin. Chi l’ha visto coi baffi in Non è un paese per vecchi, dove era il veterano inseguito dal killer, faticherà a riconoscerlo nei panni dell’illustre texano che sta per lasciare la Casa Bianca, colto in un arco di tempo che va dal 1967 al 2004. La trasformazione è impressionante, anche sul piano fisico, oltre che su quello vocale, per via dell’inconfondibile timbro sudista. Ma Brolin confessa di aver lavorato sulla «voce di dentro», sull’intimo rovello dell’uomo: «Dov’è il mio posto in questo mondo? Come voglio essere ricordato?». Di sicuro la realtà ha finito col superare il cinema, visto che l’attore è finito in gattabuia il 23 luglio, arrestato dalla polizia di Shreveport, in seguito a una rissa dentro un bar, lo Stray Cat. Faccenda controversa. Brolin è subito uscito dal carcere, insieme al collega Jeffrey Wright, ma i giornali si sono divertiti a titolare: «Arrestati Bush e Colin Powell».

D’altro canto, Stone non ha badato a spese nel comporre il cast, molto lavorando sulle somiglianze e sul talento degli interpreti, in modo da rendere verosimili, non «macchiette», gli illustri personaggi coinvolti. Tutti, con l’eccezione di Robert Duvall, hanno risposto all’appello. Da Elizabeth Banks (Laura Bush) a Ellen Burstyn (Barbara Bush), da Thandie Newton (Condoleezza Rice) a Richard Dreyfuss (Dick Cheney), da Scott Glenn (Donald Rumsfeld) a Ioan Gruffed (Tony Blair). Si vedrà anche Saddam Hussein, prima evocato in una scena cruciale ambientata nel 1990, all’epoca della guerra in Kuwait, che vede i due Bush fronteggiarsi. Dal baseball il discorso scivola altrove. Il figlio invita il padre a far fuori Saddam, «come hai fatto con Noriega, perché non puoi permettere a quel piccolo dittatore di controllare il 25 per cento del petrolio mondiale», mentre il presidente, saggiamente, ricorda al primogenito che «è meglio lasciare i sentimenti personali fuori dalla politica».

Naturalmente non c’è direttore di festival che non avrebbe desiderato questa sorta di Divo a stelle e strisce. Stone ha dovuto negarsi sia a Venezia sia a Toronto. Ma chissà che, svolgendosi a fine ottobre dopo il debutto americano, al Festival di Roma non riesca il miracolo.