«Oliver Twist» secondo Polanski un orfanello da sessanta milioni

Quasi cinque mesi di riprese a Praga, trasformata nella Londra del 1830

Ferruccio Gattuso

Come diceva la canzone: “Let’s twist again”. Ci si perdoni la battuta, ma quella dello schermo (grande e piccolo) per Oliver Twist è una vera ossessione.
La storia del piccolo orfanello finito in una banda di teppisti nella Londra romantica ma spietata dell’Ottocento e la sua lotta per liberarsi dalle grinfie del boss criminale ebreo Fagin (innumerevoli le polemiche sul tema dell’antisemitismo) da sempre commuovono il pubblico di tutto il mondo: dopo l’Oscar messo in bacheca con Il pianista, Polanski mostra di voler accarezzare la platea dal verso giusto, con una rappresentazione che molti hanno visto come calligrafica, ma che ha richiesto un budget da infarto (60 milioni di dollari, un record personale per l’autore di Rosemary’s Baby) e un duro lavoro sul set (almeno venti settimane, in una Praga trasformata nella capitale britannica).
Fedeltà all’originale letterario: questa la missione del regista polacco che, a sua detta, non ha nemmeno dato una svogliata occhiata alle versioni più illustri passate, a cominciare dal capolavoro di David Lean del 1948, Le avventure di Oliver Twist, nel quale spiccava un perfido Fagin/Alec Guinness, o il musical di vent’anni dopo, Oliver!, diretto da Carol Reed. L’infatuazione di Polanski per il romanzo si deve a ragioni autobiografiche (l’infanzia non idilliaca in Polonia) e alle pressioni familiari della moglie Emmanuelle Seigner e dei due figli (7 e 12 anni): lotta per la libertà e resistenza agli sgambetti del destino, sono queste le caratteristiche che rendono Oliver Twist un eroe agli occhi del regista e, di conseguenza, a quelli degli spettatori del suo film.
Quanto alla critica, le penne si dimostrano un po’ affilate nei suoi confronti: «Polanski - scrive Metroactive - ha realizzato un adattamento condivisibile e divertente, con scorci mozzafiato e bei costumi. Una bella piuma sul cappello di qualsiasi aspirante filmmaker. Polanski, però non è un aspirante filmmaker». Dello stesso tono il commento di Hollywood.com: «L’Oliver Twist di Polanski - scrive il sito dedicato al cinema Usa - è fedele all’immortale racconto di Dickens. Ma c’era realmente bisogno di un’ennesima versione cinematografica? Probabilmente, no».
Filmcritic.com definisce il kolossal «una rarità, poiché Polanski tende a essere un regista capace di salire a vette stupefacenti (Chinatown, L'inquilino del terzo piano) o sprofondare a livelli inimmaginabili (La nona porta, Luna di fiele). Con Oliver Twist si vede che Polanski non si è preso nessun rischio». «Non ispirato e piatto», è la sentenza di Reelviews, molto simile a quella del New York Daily News («poco ispirato ma accettabile»).
Di parere diverso Houston Chronicle («centra i grandi temi: il potere dell’innocenza e la crudeltà di classe»). Il Boston Globe afferma che «la storia è ben raccontata, con personalità», Film Threat rintuzza dicendo che si tratta di un film «in cui l’abilità registica trionfa, ma l’arte genuina manca». Suggestivo il giudizio del Washington Post: «Nobile, di alti principi e senza rischi, ma avremmo preferito, piuttosto, un audace e più onesto fallimento».