OLIVEROLÌ, OLIVEROLÀ

Presente quella pubblicità delle olive denocciolate che aveva come slogan «Olivolì, olivolà»? Ecco, quello slogan, solo leggermente modificato, si adatta alla perfezione a Renata Oliveri, esponente del Popolo delle libertà che grazie alle sue capacità di mediazione, alle sue competenze tecniche e alla sua passione può essere davvero la donna-ovunque del centrodestra. Un po’ come quei calciatori che coprono ogni parte del campo, veri fuoriclasse non tanto per il tocco di palla, ma per l’indispensabilità alla squadra.
Renata è così. In questi giorni si parla di lei come papabile sottosegretario e certamente se lo meriterebbe. Ma, credetemi è un problema minore. Il suo ruolo non sarebbe sminuito di una virgola dal mancato ingresso nell’esecutivo. Che entri nel governo oppure no, la Oliveri è una di quelle risorse della Repubblica del centrodestra perfetta per molti ruoli: da quelli che c’entrano con i numeri e i bilanci, a quelli relativi alla portualità, fino a quelli più prettamente politici. Ma di una politica tutta sua, correlata alla passione, all’umanità, anche alla fisicità nel saper infiammare i cuori e le anime del popolo moderato. Capacità rara, da preservare assolutamente.
Per scrivere l’elogio della Oliveri, ci vorrebbe un supplemento illustrato. Ma provo a ricordare solo alcuni episodi che me la fanno apprezzare. Ad esempio, quando lei, ex assessore tecnico al bilancio nella giunta Biasotti, accettò di candidarsi nella lista di Forza Italia alle politiche del 2006 in una posizione che le dava una sola certezza: mai e poi mai, nemmeno in caso di miracoli e forse nemmeno in caso di golpe azzurro, sarebbe entrata in Parlamento. Insomma, una di quelle candidature che solitamente si definiscono di servizio e che sono riservate a giovani di bella presenza. Ora, Renata sarà pure una bella signora e come tutte le belle signore non sente affatto l’età, ma certo è difficile inquadrarla nella categoria. Insomma, candidatura di servizio elevata al quadrato. Chapeau.
Oppure, quando si è candidata per la Provincia. Nessuno o quasi credeva che potesse vincere e nemmeno andare al ballottaggio. C’è andata a un passo, centrando un ottimo risultato insieme a quello di un altro gran candidato sindaco come Enrico Musso, e il buon lavoro delle opposizioni in consiglio provinciale è dovuto anche a lei.
O, ancora, quando, da un giorno all’altro, ha dovuto cedere il posto di capolista al Senato, cioè un posto sicuro. Altri avrebbero strepitato, denunciato oscure manovre, complotti e disegni imperscrutabili. Lei ha dato una grande lezione di stile, facendosi da parte senza dire «bè» e continuando il giorno successivo la campagna elettorale per il Popolo della libertà con lo stesso entusiasmo.
Poi, certo, ci sono mille volte in cui non mi trovo d’accordo con lei, come è normale fra persone che ragionano autonomamente. Ad esempio, lo scorso anno la contestai per un certo eccesso di retorica resistenziale sul 25 aprile. Lei difese la sua scelta, ma contemporaneamente scrisse al Giornale dicendo che sarebbe stata felice di portare fiori anche sulla tomba dei caduti della Repubblica di Salò. Non era una promessa elettorale. Ieri mi ha chiamato e mi ha chiesto: «Quando andiamo?». Bella domanda.