Olivia Magnani e i «sogni» della Dickinson

La giovane attrice questa sera protagonista di un insolito spettacolo che accosta i versi della poetessa alle confessioni di una maîtresse

Il grande pubblico ha imparato ad apprezzarla nel film di Paolo Sorrentino Le conseguenze dell’amore. Olivia Magnani, però, ha un notevole curriculum alle spalle, con esperienze che spaziano dal teatro di ricerca alla nuova drammaturgia, dalla fiction televisiva al cinema d’autore, e il film di Sorrentino, con il quale è andata anche a Cannes nel 2004, rappresenta soltanto la punta (luccicante) di un solido iceberg. Per rendersene conto basta andare questa sera a sentirla recitare le poesie e le appassionate lettere di Emily Dickinson nello spettacolo American Dreams che fa parte del cartellone della rassegna «I concerti nel parco» (ore 21.30). Insolito collage, ideato da Roberta Vacca e Paola Campanini, dove le parole della scrittrice si alternano a quelle di ben diversa fattura di Nell Kimball, celebre tenutaria di inizio Novecento che ha raccolto le sue memorie in un volume, tradotto pochi anni fa da Adelphi (Memorie di una maitresse americana). «Sembrano donne dai destini molto lontani - spiega la giovane attrice -. In verità sono due forti personalità che attraverso la scrittura cercano di dare sfogo alle proprie curiosità esistenziali e al bisogno di emancipazione». Formatasi all’Accademia Silvio D’Amico, con studi a Parigi, la giovane nipote di Anna Magnani non riesce a sfuggire alla «tradizione» familiare, che vive però con ironico distacco. «Ovviamente non posso prescindere dal cognome - spiega Olivia -, né tantomeno da facili anche se superficiali accostamenti. È ovvio che di cinema quando ero bambina ne ho digerito davvero tanto, ma poteva capitare a chiunque di appassionarsi al grande schermo. Il mio vantaggio, semmai, è stato quello di avere testimonianze di prima mano su una delle stagioni più intense del nostro cinema». Se le si chiede quanto sia difficile portare quel cognome nel mondo dello spettacolo la giovane Magnani risponde serafica: «In verità è il lavoro in sé ad essere difficile, soprattutto in un momento dove la sottocultura dominante condiziona pesantemente la produzione televisiva e cinematografica».