Olmert apre ad Abu Mazen: dobbiamo negoziare

Urla di vendetta ai funerali delle 19 vittime del raid. Addio governo di coalizione

Gian Micalessin

È pronto a incontrarlo ovunque e in ogni momento. È pronto a offrirgli più di quanto si immagini. Di necessità Ehud Olmert prova insomma a fare virtù. All’indomani di quel disgraziato errore dell’artiglieria che dopo aver fatto strage d’innocenti rischia di abbatterlo politicamente, il premier israeliano cerca una via d’uscita. Dopo aver per mesi rifiutato ogni incontro con il presidente palestinese Abu Mazen, il primo ministro israeliano gli si rivolge con un tono che sembra un appello: «Sono pronto a incontrarlo in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo... Quando si siederà con me sarà sorpreso di scoprire fino a dove siamo pronti a spingerci, sarà sorpreso di scoprire che posso offrirgli molto».
Prima di lanciare quell’offerta, il premier cerca di scrollarsi di dosso la responsabilità per quella gragnuola di bombe precipitate mezzo chilometro fuori bersaglio. Così lui, l’ avvocato diventato sindaco, parlamentare e poi capo del governo, s’improvvisa esperto balistico, spiega di esser andato a ficcar il naso di persona nei comandi dell’artiglieria dove si cerca una risposta per quella tragica salva, fuori obiettivo, che ha ucciso 19 civili palestinesi. «Si tratta di un errore tecnico. Sono - ammette - molto scosso per quello che è successo, molto angosciato». Chi lo conosce, chi apprezza la meticolosità di quest’uomo forse non all’altezza dei suoi predecessori, ma attento e scrupoloso, sa di dovergli credere.
La disgrazia di Beit Hanun è però l’ennesimo incidente di percorso in pochi mesi. Un incidente governato forse da un sadico destino, ma anche dagli scontri con il capo di stato maggiore Dan Halutz e dalle incomprensioni con gli altri generali. Incomprensioni e scontri che hanno inevitabilmente attenuato le capacità di controllo esercitate dall’establishment politico sull’operato dei militari. Nessuno pensa ovviamente che quei colpi di obice siano stati deliberatamente sparati contro il centro abitato. Quei colpi, ha spiegato ieri Olmert, erano indirizzati verso un aranceto seicento metri più a nord, utilizzato dai miliziani come base per colpire Israele con i missili Qassam.
Il problema reale è però l’utilizzo dell’artiglieria in quel frangente. Sia il ministro della difesa Amir Peretz sia Olmert avevano già constatato i rischi connessi all’utilizzo di quell’arma a volte difettosa, a volte imprecisa. Le loro raccomandazioni non sono state ascoltate. E non sono state ascoltate malgrado Olmert avesse imposto la fine delle operazioni a Beit Hanun proprio per evitare incidenti di quel genere alla vigilia del suo viaggio alla Casa Bianca. Un po’ dell’angoscia di Olmert arriva anche dall’imminenza di quel viaggio. Stavolta non potrà contare sulla compiacenza della Casa Bianca. Stavolta dovrà far i conti con il George W. Bush del dopo elezioni. Un Bush controllato a vista dal nuovo Congresso democratico. Un Bush costretto forse a rivedere, tra breve, l’intera politica mediorientale, compresa quella riguardante Israele e i palestinesi.
A questo nuovo Bush Olmert deve giustificare l’ennesimo insuccesso dopo la fine della guerra in Libano. Dopo quei 34 giorni di guerra, la Casa Bianca ha dovuto constatare la fine del deterrente militare israeliano. Stavolta Olmert dovrà spiegare l’ incapacità sua e del suo governo di sfruttare l’embargo contro Hamas per avviare un negoziato con Abu Mazen e i Paesi arabi moderati. La promessa di generose proposte rivolta ieri al presidente palestinese punta proprio a far ammenda per queste mancanze. Ma arriva disgraziatamente nel momento sbagliato. Debole, traballante e già accusato di legami sospetti con Israele e Washington, il presidente palestinese deve fare anche lui i conti con la rabbia e l’emozione generata dalla carneficina di Beit Hanun.
Stringere la mano di un premier israeliano significherebbe per Mazen riconoscere le accuse di tradimento, regalare altro vantaggio ad Hamas. L’unica possibilità di uscirne pulito sarebbe ritornare da quel vertice portando in dono la libertà di qualche centinaio di prigionieri palestinesi. Forse è proprio quella la tardiva, ma generosa sorpresa che Olmert si dice pronto a offrirgli. «Anche prima del rapimento di Shalit - ha detto ieri Olmert - ho garantito a re Abdullah di Giordania, al presidente egiziano Hosni Mubarak e al premier inglese Tony Blair di esser pronto a rilasciare i prigionieri. Oggi lo ripeto a tutti i palestinesi: “Voi non immaginate neppure quanti prigionieri potete avere se liberate Shalit”. Sono pronto a rilasciarli per Abu Mazen, ma non per Hamas».