Olmert chiede all’Europa un po’ di fiducia

Ehud Olmert sarebbe stato un premier ideale per uno Stato normale, che infatti lo aveva eletto sulla base di un programma impegnato a mettere fine alla colonizzazione, a ridurre il divario sociale, a investire massicciamente nell’educazione, cercando di raggiungere la pace coi palestinesi. Invece si è lasciato trascinare in una guerra che il Paese voleva, ma alla quale né lui né i suoi ministri e generali erano preparati. Passata la bufera non ha riguadagnato prestigio, ma da abile politico è riuscito a schivare un’inchiesta «statale» che probabilmente avrebbe chiesto la sua testa e quella del suo incapace ministro della Difesa. Ha invece addirittura rinforzato la sua coalizione, permettendo l’entrata di un partitino di estrema destra che gli garantisce la pace parlamentare. Conscio di non poter cambiare rapidamente la sua immagine all’interno, punta ora su successi diplomatici che può solo sperare di realizzare in Europa. Da qui l’importanza della sua visita a Berlino, Roma e in Vaticano dove si farà portavoce di un Paese uscito paradossalmente più forte da una guerra che lo ha profondamente umiliato.
Israele si sta rendendo conto che il conflitto con gli Hezbollah è stata un’occasione tragica, ma provvidenziale, per scrollare il suo esercito dalla routine di una guerra coloniale contro i palestinesi che lo indeboliva moralmente e materialmente. Se le forze armate stanno ora riorganizzandosi per far fronte a una guerra che i generali ritengono inevitabile con l’Iran e i suoi alleati siriani e libanesi, questo è reso possibile dallo sviluppo tecnologico ed economico del Paese che sembra essere stato stimolato, non ostacolato, dalla guerra. Lo si è visto anche nel congresso organizzato a Tel Aviv in questi giorni dal principale giornale economico del Paese a cui partecipano oltre un migliaio di operatori del settore locali ed esteri. Esso ha messo in luce tre fatti: per la prima volta nella sua storia Israele esporta più beni di quanti ne importi; la moneta locale fa aggio sul dollaro a causa degli investimenti esteri; la disoccupazione diminuisce (8%) grazie a un’economia che cresce al tasso del 6% e che non conosce da anni l’inflazione.
Il Paese si sente forte e il governo ha bisogno di un periodo di tranquillità, se non di pace. Olmert spera di trovare in Europa sostegno e comprensione, e anche questa è una novità, tenuto conto della sfiducia che gli israeliani hanno sempre avuto nei confronti dell’Europa. Il premier israeliano non cerca forze internazionali che proteggano le sue frontiere, cerca un’Europa che protegga Libano e Palestina da loro stessi, creando o rinforzando istituzioni capaci di impedire che queste due nazioni cadano preda dell’anarchia su cui fioriscono i terrorismi. L’Europa ha i mezzi, la visione e, pensando alla sua storia, anche il dovere di farlo. Il problema è se ne ha la volontà.