Olmert: "In Libano sbagliai ma non mi dimetto"

Golda Meir dopo la guerra dello Yom Kippur mollò tutto per molto meno. Ehud Olmert non ci pensa nemmeno. Annuncia al suo partito di voler restare. Fa capire di esser pronto a tirarsi dietro il marchio d’inettitudine cucitogli addosso dal giudice in pensione Eliyahu Winograd e dalla Commissione incaricata di valutare l’operato di governo e vertici militari nella guerra con Hezbollah. Sfoggiar disinvoltura a lungo non sarà facile. I resoconti preliminari dell’inchiesta resi pubblici con una conferenza stampa dello stesso Eliyahu Winograd non perdonano. Non sono l’atto d’accusa finale, atteso fra qualche mese, ma bastano a ipotecare il futuro politico di Ehud Olmert e del ministro della Difesa Amir Peretz.
Il resoconto, incentrato per ora soltanto sui primi cinque giorni di guerra, tratteggia l’immagine di un premier e d’un ministro della Difesa inadeguati e superficiali, incapaci nel decidere e nel valutare le proprie scelte. Una strana, litigiosa coppia succube delle strategie, altrettanto errate e sbrigative, proposte dal generale Dan Halutz, il capo di stato maggiore dimessosi lo scorso gennaio. Quell’abbandono potrebbe risultare ben poca cosa rispetto al moto d’indignazione e rabbia popolare accesi da questo primo assaggio d’inchiesta. Ma per ora Kadima e gli alleati laburisti non possono sbarazzarsi di Ehud Olmert. Devono tenerselo sperando di trovare entro l’estate nuovi leader capaci di contrapporsi al ritorno di Bibì Netanyahu e alla riscossa del Likud. Continuare a governare in queste condizioni non sarà facile. Per la commissione Winograd la condotta di Ehud Olmert in quei primi cinque cruciali giorni di guerra è macchiata da «gravi mancanze» nella capacità di giudizio, nelle assunzioni di responsabilità e nell’applicazione della basilare prudenza. Accuse difficili da digerire per un Paese in bilico tra guerra e pace, la cui sopravvivenza, nei momenti cruciali, dipende dalle scelte e dall’adeguatezza dei governanti.
Olmert, secondo la commissione, ha agito, invece, con totale precipitazione trascinando il Paese alla guerra senza disporre di piani adeguati e completi. Il primo ministro ha dunque la «totale e completa responsabilità per le decisioni del suo governo e per le operazioni dell’esercito». Il premier, inoltre, ha scelto la guerra senza consultarsi con esperti militari o non militari. «Ha preso le sue decisioni - scrive il rapporto - senza avviare sistematiche consultazioni al di fuori dell’esercito nonostante non avesse esperienza». Olmert si è anche dimostrato incapace di «adeguare i suoi piani quando è risultato chiaro che non garantivano il raggiungimento degli obbiettivi». Non ha insomma rettificato quei piani neppure quando la distruzione di Hezbollah e la liberazione dei militari rapiti, promesse nei primi giorni di guerra, si sono dimostrati obbiettivi impossibili e irraggiungibili.
Amir Peretz, il ministro della Difesa già pronto secondo alcune indiscrezioni a dimettersi, si è dimostrato invece totalmente all’oscuro del diminuito livello di efficienza di un esercito gravato da carenze e tagli strutturali. Oltre a non capire nulla di questioni militari il ministro della Difesa ha anche dimostrato di «non conoscere i principi basilari sull’utilizzo della forza militare per obbiettivi politici». Accusa dopo accusa, la presenza di Amir Peretz «alla testa del ministero della Difesa» diventa la ragione stessa «dell’incapacità di Israele di rispondere adeguatamente alle sfide».
E anche per il già dimesso Dan Halutz non mancano i colpi di maglio. Il capo di stato maggiore, già impreparato di fronte a un rischio rapimento assolutamente previsto, ha la grave colpa di aver tenuto i leader politici all’oscuro delle discussioni accesesi ai vertici dell’esercito «sugli obbiettivi della guerra e sui metodi autorizzati per raggiungerli». Lui e i suoi generali sapevano insomma che il livello di efficienza dell’esercito e le strategie adottate erano inadeguati a raggiungere gli obbiettivi promessi da Olmert all’opinione pubblica, ma si guardarono bene dal riferirlo.