Olmert è premier: spartirò la Cisgiordania

Qualche difficoltà per la tenuta della maggioranza, al momento garantita dal partito Kadima, dai laburisti, da Shas e dai pensionati. Per la prima volta una donna eletta presidente della Knesset

Gian Micalessin

Ora Ehud Olmert è un vero premier. Non più l’eterno sostituto del grande Ariel Sharon, ma un primo ministro autentico, padre e padrone del proprio governo. Certo i numeri non sono proprio la miglior garanzia per i suoi progetti. La disparità salta agli occhi non appena si commisurano gli ambiziosi programmi preannunciati in mattinata e i 69 consensi contro 45 no raccolti nel voto di fiducia di tarda sera. Quei 69 sì in una Knesset da 120 seggi (che per la prima volta ha eletto una presidente donna, Dalia Itzik) sono tutta la sua forza.
A fronte di questa risicata maggioranza Olmert schiera ben 24 ministri (e una vicepremier donna, l’astro nascente Tzipi Livni), l’esecutivo più affollato nella storia di Israele. Quel primato, come fa notare l’avversario Bibi Netanyahu prima del giuramento del nuovo governo, non è certo sinonimo di compattezza. E la ressa potrebbe anche aumentare. Se Olmert riuscirà, come spera, a tirar dentro anche il partito della Torah Unita per il Giudaismo, la stanza del consiglio dei ministri dovrà far posto ad altri sei nuovi arrivati.
Per ora la maggiore incognita è rappresentata dal partito Shas. La formazione dei religiosi ashkenaziti ha già preannunciato il proprio addio al governo non appena Olmert presenterà i piani per quel grande ritiro dalla Cisgiordania battezzato «piano di convergenza». Dunque per raggiungere l’obbiettivo più ambizioso del suo viaggio il capitano dovrà cambiare equipaggio a metà rotta. Del resto - come si diceva - il varo dell’esecutivo non ha concluso i lavori di reclutamento. Olmert spera di coagulare altre forze attorno a una formazione garantita per ora dai 67 deputati di Kadima, laburisti, Shas e dal debuttante partito dei pensionati. Per mettersi al riparo dalle quasi inesorabili defezioni Olmert vorrebbe raggiungere la soglia degli 80 deputati. Ma anche non riuscendoci non rinuncerà ai suoi piani. Per lui l’abbandono di gran parte della Cisgiordania e la concentrazione di decine di migliaia di coloni in tre grandi blocchi intorno ad Ariel, nella valle del Giordano e nel perimetro della grande Gerusalemme non è solo un obiettivo politico. Per lui, fedele all’imprescindibile necessità di un Israele garantito da una solida e perenne maggioranza ebraica, quel piano è un dogma di sopravvivenza. «Abbiamo il dovere di mantenere una solida e stabile maggioranza ebraica anche se la difesa di quel principio ci spezza il cuore» spiega Olmert presentando il ritiro da iniziare entro 24 mesi. E per seppellire i sogni del passato non esita ad usare la mistica della sopravvivenza. «Anch’io - ammette ricordando la sua infanzia di figlio della destra dell’Herut svezzato nel mito della Grande Israele - sognavo e desideravo di tenere tutta la terra d’Israele per noi, solo chi ha l’anima che pulsa per questa terra conosce il dolore per queste concessioni e per l’addio alla terra dei predecessori. Ma la spartizione con i palestinesi è la ciambella di salvataggio per il sionismo. E se loro non coopereranno, faremo da soli». Del resto mantenere quelle colonie nel cuore della Cisgiordania creando «una commistione di popolazione impossibile da districare» significherebbe secondo il nuovo premier «mettere in pericolo l’essenza ebraica dello stato d’Israele».
Olmert deve anche spiegare, però, come mantenere una piena sovranità su tre blocchi di colonie sorte su terre strappate alla Giordania nel 1967 e mai diventate parte integrante del territorio d’Israele. Lui, ovviamente, si dice pronto ad arrivare alla meta seguendo i percorsi negoziali indicati dalla vecchia Road map. E il presidente palestinese Mahmoud Abbas già assicura di esser pronto a un’«immediata ripresa» delle trattative. Ma tutti sanno che il consueto e reciproco riferimento al piano messo a punto tre anni fa dal Quartetto diplomatico è ormai solo un abusato atto dovuto. Tutti sanno che né il presidente Abbas né, tanto meno, il governo di Hamas avallerà mai la promessa del premier di far diventare quei tre blocchi «parte integrante dello Stato sovrano d’Israele assieme alla capitale unita di Gerusalemme».
I due anni da qui all’inizio del ritiro serviranno anche a garantire un consenso internazionale a un ritiro unilaterale. Per ottenerlo Olmert dovrà contare sui buoni uffici della Casa Bianca nell’ultimo scampolo di presidenza Bush. Solo grazie all’«amico americano» potrà seppellire la Road map e avviare quelle che lui, già oggi, definisce mosse «unilaterali» verso i «confini desiderati».
Ma il suo cammino sul versante internazionale rischia di essere bloccato da altre insidie. Prime fra tutte quelle provenienti dal grande nemico iraniano. «Non possiamo ignorare quello che il presidente iraniano dice, perché Ahmadinejad intende proprio quanto afferma, ma - ravvisa Olmert - lo Stato d’Israele trasformato in obiettivo e minacciato di distruzione dai malvagi leader di Teheran saprà difendersi da ogni pericolo».