Olmert presenta il suo governo e presto incontrerà Abu Mazen

Escluse dall’esecutivo la destra del Likud e quella russofona, porta aperta anche all’estrema sinistra del Meretz: servirà al momento del ritiro dalla Cisgiordania

R. A. Segre

Il nuovo premier Ehud Olmert presenterà oggi durante la festa dell’Indipendenza israeliana al presidente dello Stato la sua nuova coalizione di governo. Fuori e irati restano il Likud e Israel Beteno della destra nazionalista. Assenza che favorisce la politica del primo ministro, che continua a guardare verso l’estrema sinistra (Meretz) e i partitini arabi in previsione del sostegno parlamentare di cui avrà bisogno quando deciderà - se deciderà - la seconda evacuazione unilaterale dei coloni, dopo quella da Gaza realizzata da Ariel Sharon. Incerta è ancora la partecipazione del partito ortodosso ashkenazita Unione della Torah che maschera dietro l’insoddisfazione delle sue domande finanziarie la rabbia del ritorno al governo del partito ortodosso sefardita Shas suo grande concorrente nel settore religioso. Olmert ha comunque superato (meritandosi la menzione di Time Magazine come uno dei 100 uomini più politicamente influenti del mondo per il prossimo anno) tre gravi ostacoli. Anzitutto ha raggiunto l’accordo con il leader del Partito laburista, il sindacalista Peretz, a cui ha affidato il ministero della Difesa scandalizzando i militari, e non solo loro. Sono apparsi nella stampa israeliana articoli violenti contro il futuro ministro della Difesa, accusato di essere un civile privo di ogni esperienza militare anche se ha fatto con onore il suo servizio guadagnandosi anche una grossa ferita. Ma dovendo trovare miliardi di dollari per soddisfare le richieste sociali di Peretz, l’alternativa era di prenderli riducendo «il grasso» dell’establishment militare impegnato a preparare le guerre del passato, opposto a convertire le esuberanti truppe di leva in piccole unità di volontari e grandi unità di polizia, meno costose e più atte a sfidare il terrorismo.
Olmert ha però perduto un «pezzo» importante del suo partito, il professor Reichman che, non avendo ricevuto come promessogli da Ariel Sharon il portafoglio dell’Istruzione (andato ai laburisti), ha abbandonato con insolita dignità il partito Kadima e il suo seggio parlamentare per tornare a presiedere il più importante istituto di strategia politica del Paese. Olmert si è anche liberato dello scomodo candidato di Kadima al ministero della Difesa, l’ex capo di Stato Maggiore Shaul Mofaz (futuro vicepremier e ministro dei Trasporti) indebolendo così anche il fronte dei coloni. Con l’autoesclusione dei partiti nazionalisti di destra ha lasciato aperta la porta all’estrema sinistra e in futuro ai partiti arabi israeliani a cui il capo di Israel Beteno aveva suggerito nella sua campagna elettorale di trasferirsi da Israele in Palestina. Il terzo ostacolo superato da Olmert è stata la distribuzione dei portafogli all’interno del suo partito, Kadima. Mantiene Tzipi Livni al posto di ministro degli Esteri (forse promuovendola al rango di vicepremier); affida all’ex capo del controspionaggio Avi Dichter il portafoglio più difficile, quello della sicurezza; conserva il ministero della Giustizia, arbitro dei difficili problemi di diritto privato e religioso. Mantiene attraverso uno dei suoi più fidati collaboratori il ministero dell’Interno che decide dello statuto ufficiale dei cittadini israeliani oltre che il controllo delle elezioni; emargina con tutti gli onori Shimon Peres affidandogli lo sviluppo delle aree depresse di Israele e il posto di «turismo diplomatico» come coordinatore degli affari economici regionali.
Ora che questo «minestrone» partitico è fatto esso deve essere «cucinato» su due fuochi: quello dell’economia, la responsabilità della quale Olmert affida ad un suo stretto associato, l’avvocato Avraham Hirchson, col compito non facile di continuare nella riuscita politica di austerità iniziata da Bibi Netanyahu; e quello del negoziato coi palestinesi, evitando i contatti col governo di Hamas. Il progettato incontro col presidente palestinese Abu Mazen, al Cairo, in una data ancora tutta da stabilire, sotto l’egida del presidente egiziano Mubarak: questo sarà il suo primo vero battesimo del fuoco.