Olmert si difende e promette: la prossima volta andrà meglio

«Duramente colpiti i terroristi. Daremo loro la caccia in ogni momento e in ogni luogo». Ma la presidente della Knesset lo attacca: «È tempo di un governo di unità nazionale»

da Kiryat Shmona

«La prossima volta faremo meglio». Il bilancio della guerra di Ehud Olmert è in quella frase. Una guerra senza risultati, una guerra abbandonata a metà. Una guerra da combattere di nuovo in futuro. Il discorso di Olmert alla Knesset a poche ore dall’inizio del cessate il fuoco è, inevitabilmente, una coperta troppo corta.
Olmert non può mentire, non può negare le difficoltà, i fallimenti, le ferite ancora fresche lasciate dal conflitto, i dubbi aperti dalla sua conclusione. «Non abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi - ammette -, ci sono stati degli errori, esamineremo quello che deve essere esaminato, ma non possiamo permetterci il lusso di distribuire accuse e colpe. Dobbiamo piuttosto assicurarci che la prossima volta le cose vadano meglio».
Quell’accenno a una «prossima volta» è il segnale delle pesanti ipoteche lasciate dal conflitto, dei buchi contenuti nell’accordo diplomatico raggiunto per garantire il cessate il fuoco. Ma Olmert non può dirlo. Deve per forza lodare la risoluzione dell’Onu alla base del fragile cessate il fuoco.
«L’intera comunità internazionale concorda nel ritenere necessaria l’eliminazione dello stato del terrore sorto all’interno del Libano, per il Consiglio di sicurezza ora esistono solo Israele e il Libano, non più uno Stato nello Stato, un’organizzazione trasformata nella lunga mano di quell’asse del terrore esteso tra Damasco e Teheran che usa la debolezza del Libano come uno strumento in questa guerra». Il nuovo assetto diplomatico garantito dalla risoluzione non è per Olmert l’unico vantaggio regalato dalle quattro settimane di guerra. «Le operazioni del nostro esercito hanno duramente colpito quell’organizzazione assassina, anche se il livello dei colpi inferti non è ancora evidente all’opinione pubblica. Le sue armi, i suoi arsenali di missili a lungo raggio, il senso di sicurezza dei suoi combattenti e dei suoi leader sono stati compromessi e i nostri soldati hanno vinto ogni battaglia».
I 250 missili caduti sul nord di Israele 24 ore prima del cessate il fuoco basterebbero da soli a smentirlo. Olmert lo sa e non tira troppo la corda. Vola veloce a prefigurare l’eliminazione di Hassan Nasrallah e dei capi di Hezbollah. «Lasciatemi essere chiaro, dirvi che non ci dimenticheremo di loro, gli daremo la caccia in ogni momento e in ogni luogo senza chiedere il permesso a nessuno», promette il premier. Le promesse, le lodi all’esercito, il disperato tentativo di mettere insieme un bilancio positivo rientrano nei suoi doveri di leader. Ammettere di aver fallito su tutto il fronte sarebbe concedere non solo la propria resa, ma quella dell’intero Paese. Mettere sul tavolo le sue dimissioni e regalare al nemico un altro punto.
Nell’insieme l’orgoglioso resoconto di quell’uomo segaligno, accigliato, vestito di un funereo completo nero suona però come una valutazione rassegnata, come un’ammissione di sconfitta. Lo si capisce sin dall’inizio, quando si definisce l’unico responsabile e assolve soldati e generali. La testimonianza vivente del fallimento di Olmert sono i familiari di Ehud Goldwasser e di Eldad Regev, i due soldati sequestrati da Hezbollah il primo giorno di una guerra lanciata per vendicare il loro rapimento e conclusa senza ottenerne la liberazione. Negli sguardi allibiti di padri, madri, mogli e fratelli seduti nella galleria della Knesset c’è lo smarrimento di tanta parte del Paese.
Olmert affida a un vice capo dei servizi di sicurezza il compito di portare a casa i due militi rapiti e si impegna a non dimenticarli. Ma le sue parole suonano come quelle di premier all’epilogo. Secondo un sondaggio pubblicato ieri, il 66% degli israeliani non considera assolutamente favorevole l’accordo per il cessate il fuoco, il 52% definisce un insuccesso le operazioni militari e il 58% giudica insufficienti gli obbiettivi raggiunti. In termini elettorali quei giudizi garantiscono al partito del premier meno di 20 seggi contro i 29 conquistati a marzo.
Di fronte alla debolezza dell’avversario e il difficile momento del Paese, il leader dell’opposizione Benyamin Netanyahu sceglie, per carità di patria, di non affondare la spada. Si attribuisce il ruolo di opposizione responsabile e si limita a constatare che una nuova guerra sarà inevitabile.
A dare il colpo di grazia al premier in difficoltà ci pensa la signora Dalia Itzik, la parlamentare di Kadima messa da Olmert alla guida della Knesset. Per la signora Itzik il tempo dell’esecutivo di Olmert è finito. A sentir lei è tempo di un governo d’emergenza, un governo di unità nazionale capace di individuare gli errori commessi prima del conflitto e preparare la prossima inevitabile guerra.